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giovedì 4 agosto 2016

Chi buttiamo dalla rupe? Ne resterà soltanto uno...

E il "Rocca di Bonaciara" se li mette tutti dietro un'altra volta...

Da ormai qualche anno, a fine luglio, Michele organizza una grigliata nella campagna di Ospital Monacale, scherzandoci sopra dice che lo fa per riequilibrare il contenuto della sua cantina.


Borgogna che entra, rossi italiani a cavallo degi anni 2000 che escono, in genere da vitigni internazionali, bottiglie che appena uscite hanno spopolato su tutte le guide.

Ma prima di entrare nel cuore della serata, la bolla in giardino! Fra le due proposte scelgo l'Ambonnay Grand Cru 2002 di Marie Noelle Lendru, bottiglia che non avevo ancora sentito.


Nell'aria tiepida della campagna ferrarese, il naso entra subito in sintonia con i ricordi di erba medica appena tagliata, con un profilo dolce di miele, bastone di zucchero e spezie orientali, sfumato su un sussurro di mallo di noce.

I grandi Champagne si fanno subito notare per il loro contrasto, dai profumi morbidi si passa ad una bocca tirata, con freschezza intransigente e un ricordo finale di tannino, in cui l'aromaticità si conferma di miele e si rinnova di cannella.

Un gran sorso, un gran carattere... 85% Pinot Noir, 15% Chardonnay
E c'é ancora lo spazio per un altro vino... che stavolta arriva coperto, con Michele che sfoggia un sorrisetto sadico.

Il naso é strano, in parte tropicale di banana e melone, in parte dall'agrume giallo, senza negarsi una particolare nota fumé e un sottofondo ammandorlato.

Il sorso é morbido, caldo di alcol, glicerico, ha struttura importante e acidità che si avverte appena, chiude quasi asciugando la bocca. Venendo da Michele, che se la ride di brutto, la cosa più verosimile che mi é saltata in mente, sbagliando in modo ignobile, é il Viognier.

Poi cominciano gli indizi... vitigno semi-aromatico, la vigna é a pochi km da dove ci troviamo... allora capisco... é il "Passo Morgone" di Mariotti, da uve Famoso in purezza.


Non una completa sorpresa, ma ne ho sentiti davvero pochissimi.

Finalmente adesso si gioca, e funziona così... si servono 5 vini coperti, poi insieme si decide quale scartare, scegliendo fra i sopravvissuti quello che ci convince di meno, fino a che non ne rimarrà soltanto uno, l'Highlander della serata.


Contenuto incognito, ma il tema non dichiarato della serata lo sappiamo tutti, e il profilo fruttato, immediato, piacione si ritrova più o meno evidente in tutti i bicchieri.

Fra questi, però, 2 staccano, sono il secondo e il quinto in ordine di servizio, partendo da sinistra... alla fine arriveranno secondo e primo.

Appena versati il più completo, equilibrato mi pare proprio il secondo, con il passare dei minuti la mia preferenza passerà, senza ombra di dubbio, all'eleganza austera e raffinata del quinto calice.

Nell'ordine scartiamo il primo calice da sinistra, che ha decisamente imboccato la discesa, e si rivela essere il "Desiderio" 1997 di Avignonesi, Merlot di Toscana Igt.


Subito dopo, sempre senza grossi dubbi, viene votato il quarto calice, piuttosto arruffato, che altro non é se non il Merlot "Focus" 2002 di Volpe Pasini, Igt della Venezia Giulia.


Ne sono rimasti 3 e la scelta comincia ad essere più difficile, si comincia a discutere di più, qualcuno metterà anche in dubbio quello che poi risulterà l'Highlander.

Ed é anche comprensibile, perché il contatto con l'aria giocherà tanto a suo favore, migliorerà minuto dopo minuto, riposando nel bicchiere...

Viene comunque buttato dalla rupe il terzo calice, con un certo rammarico, e mi fa piacere constatare che si tratta di un vino figlio di zona vocata che amo tantissimo. E' un "Arzio" 2000 di Baron de Pauli, Südtirol Doc, figlio di annata calda, ma l'Alto Adige fa questi miracoli.


La lotta a due é testa a testa, alla fine dobbiamo contare i voti e viene scoperto il secondo bicchiere, quello che appena versato era il mio preferito, ma che con il tempo é stato sorpassato, per me senza alcun rimpianto.

Un gran bel calice, completo, limitato solo da certe caratteristiche intrinseche del vitigno, a dimostrare come queste aziende di nome, considerate modaiole e per questo ora snobbate, una volta il vino lo sapessero davvero fare.

Tolgo la stagnola e leggo "Petra" 2000, della Doc Val di Cornia, non solo Merlot, ma soprattutto Sangiovese e in parte Cabernet, ad etichetta scoperta lo avrei snobbato anch'io, dopo averlo assaggiato invece solo rispetto.


Infine l'ultimo, ha il colore leggermente più granato degli altri, ma con una bella vivacità, si nota anche nella foto d'insieme.

Nei profumi non ha il frutto sfacciato degli altri, é più autunnale, sulla foglia secca, l'humus, la mineralità nera di grafite, la radice di liquirizia, la balsamicità di eucalipto.

Il sorso é posato, aristocratico, non ha forzature di alcol, porta magnificamente quella che poi si rivelerà la sua età, perché é il meno giovane del gruppo e viene dai Colli Bolognesi.

Altro non é che il "Rocca di Bonaciara" 1997 della Tenuta Bonzara da Merlot in purezza.


Quelli che conoscono bene questo vino, sanno che spesso surclassa il suo fratello ben più blasonato, il "Bonzarone"... o meglio surclassava perché ormai non verrà più prodotto.

E' la seconda volta che in una degustazione cieca fra di Noi, su vini più o meno con questi uvaggi e di queste epoche, alla fine ne esce vincitore il "Rocca di Bonaciara", dimostrando due cose.

La prima é che i Colli Bolognesi sono vocati per le uve internazionali, Sauvignon fra i bianchi, Cabernet e Merlot fra i rossi, con buona pace di Pignoletto e Negretto.

La seconda é che i pochi grandi vini che abbiamo non riusciamo nemmeno a promuoverli, visto che negli ultimi anni abbiamo perso il bellissimo Chardonnay di Isola e questo straordinario Merlot.

Mercato, voglia di vendere facile, e forse colpa anche di quelli come me, che magari una parola buona in più, ogni tanto, la potevano anche spendere...

Dopo il gioco però bisogna sciacquare la bocca, cambiando completamente genere, é stato bello divagare, ma é anche bello tornare ai vecchi amori e quindi ne viene fuori un Clos de Vougeot 2002 dalla parcella "Le Grand Maupertui" di Anne Gros.


E naturalmente stacca, con tutta la nobiltà del Pinot Noir, come scherziamo Noi, "di zona vocata", con ancora un magnifico vestito sfumato di porpora, vivace e dalla trasparenza sensuale.

La violetta é immediata, il frutto é inizialmente un'amarena matura, i quasi 15 anni portano ricordi terziari di tartufo e castagna secca, una straordinaria evoluzione che arriva al fiore di pesco e addirittura allo stesso frutto sciroppato, dolce di zucchero e fresco di ciliegia.

In bocca entro succoso, caldo e potente dal suo cru basso di quota seppur nella parte più alta del Clos, perfino con un tannino che quasi si può definire importante.

Il finale é lunghissimo, tende a non voler chiudere mai, sapido, balsamico e penetrante di erbe aromatiche. Un ultimo ritorno al calice, un tuffo profondo con il naso, e ora lo trovo fresco di fragola in gelatina Majani.

E se si doveva tornare alle orgini, si doveva anche tornare alla bolla, ed ecco uscire un Jacquesson 737 estratto fresco da una borsa termica.


Quanto sono belli questi Champagne dopo due anni dalla sboccatura, quanto é inutile berli prima, uno spreco assoluto. La maggioranza di Chardonnay esce fuori con la prepotenza della pietra focaia, la freschezza di limone e pompelmo, il gesso, la caramella di zucchero agli agrumi gialli.

La carbonica in bocca è subito prepotente, esalta una freschezza che quasi non ne avrebbe bisogno, ben freddo lascia aromi di mirabelle e ghiacciolo al cedro, ma con la temperatura che si alza diventa anche più dolce, lasciando spazio a nocciola e frutta secca.

Difficile scegliere tra Marie Noelle e Jacquesson, due opposti, due limiti, poi sposo il carattere rispetto alla precisione, per indole sono uomo da Chardonnay, prenderei il primo Champagne per tutta la vita.

Naturalmente mentre degustavamo delle cosette buone da mangiare ne sono passate tante, ma due parole per questa torta alla frutta le devo proprio spendere.


Nel caldo di questa sera d'estate, porta la freschezza dei piccoli frutti di montagna e la dolcezza senza compromessi della gelateria artigianale, in questo caso di Molinella.

Sono pieno fino all'orlo, ma me ne taglio una seconda fetta, tornando bambino per un attimo...

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