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sabato 28 aprile 2018

Calici di Biodiversità “La Viticoltura Eroica della Valle d'Aosta” – Podere Stuard (26/04/2018)


Podere Stuard è una Azienda Agraria Sperimentale della prima campagna appena fuori Parma. Una vecchia cascina ristrutturata in mezzo ai campi con un piccolo emporio rifornito di prodotti agricoli, verdura, cereali, farina, vino, succhi, uova... un accostamento di colori che sarebbe piaciuto a Vermeer.


Proprio lì è stata organizzata questa serata a tema “vini e piatti tradizionali della Valle d'Aosta”, una regione che amo e frequentavo fino a 3 figli fa. Tuttavia, il posto nel cuore per profumi e sapori di quelle montagne è rimasto.

Un'idea nata da Andrea Savelli, ragazzo Toscano trapiantato a Parma ormai da 17 anni, senza per questo aver rinunciato all'accento e allo spirito delle sue terre d'origine. L'estate scorsa ha visitato la valle, scegliendo da questo viaggio due cantine, i vini estremi della Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle, e quelli artigianali dei Fratelli Grosjean.

Nonostante il pubblico chiassoso e solo in minima parte interessato a quello che aveva da raccontare, se l'è cavata con filosofia e sorriso, io avrei sclerato ben prima vista l'indisciplina diffusa. Forse perché conosco bene quanta tensione induca parlare di vino in pubblico, penso che quando qualcuno ha il coraggio di lanciarsi, meriti comunque un minimo di attenzione e, in ogni caso, rispetto.

Anche il giovane Chef del Podere Stuard, Marco Furmenti, si è messo in gioco cimentandosi nei piatti tradizionali Valdostani, andando a recuperare vecchie ricette con una maniacale attenzione nella scelta della materia prima e la riscoperta delle tecniche di preparazioni originale. Ad ogni piatto ha abbandonato la cucina in modo da poterlo raccontare, una piccola attenzione, sempre accompagnata dall'espressione soddisfatta.


Per iniziare, una selezione di 🍴 Salumi della Valle d'Aosta, alcuni proprio inconsueti, seguiti dai 🍴 Gnocchetti alla Valdostana, preparati secondo la tradizione contadina e non in modo turistico, gratinati quindi il giorno seguente. Ovviamente non poteva mancare la 🍴 Carbonade, straodinariamente leggera e dolce, accompagnata da un sugo che induceva immediatamente al "toccio" del pane. Così è stato...

Per concludere il 🍴 Mecoulin, o Pandolce, de Cogne, figlio di ben 12 ore di lievitazione e guarnito con uvetta macerata nella grappa, finita poi nell'impasto perché in cucina non si spreca nulla. Cottura e consistenza spettacolari, dolce non dolce, in compagnia di un Moscato d'Asti di quelli seri, avrebbe fatto sfracelli. Sono quelle cose apparentemente semplici, ma solo nei sapori, che mi piacciono un sacco.

Tanto per fare un racconto diverso dal solito ho lasciato per ultimi i vini, abbinati in sequenza ai piatti, partendo dal 🍷 "Glacier" 2014 Extra Brut da uve Prié Blanc della Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle. Dagli assaggi passati sono rimasto stupito dal grande entusiasmo che circonda questo e i suoi simili, personalmente ho sempre trovato il vitigno troppo "gracile" per reggere la spumantizzazione col Metodo Classico.

Anche stavolta non è andata diversamente... gli riconosco un bel naso, croccante, dal nitido ricordo di mela, erbaceo e con vena minerale sassosa, ma in bocca, dopo un attimo di dolcezza, viene fuori una sensazione acerba, malica, metallica, che monopolizza le sensazioni e limita l'estensione gustativa.

Tutt'altro registro per 🍷 Petite Arvine "Vigne Rovettaz" 2016 dei Fratelli Grosjean, bottiglia completa in grado di unire volume ed equilibrio. Di un bianco abbagliante nei profumi, intensi di biancospino, mandorla, confetto, ma ruotando il bicchiere tutto cambia, con erbe di montagna e uno splendido pompelmo rosa. Il sorso si tinge dei colori della primavera, sbocciata in un'eleganza leggera di fiori e mandarino, porta freschezza e serenità, mascherando l'alcol senza colpo ferire. Proprio una bella espressione del vitigno.

Vigna Rovettaz, con le sue pendenza da brivido, non è solo in bianco, sempre da lì viene il secondo vino dei Fratelli Grosjean, il 🍷 Fumin "Vigne Rovettaz" 2013, rosso strutturato in purezza.

Scuro nel colore come nel frutto, piccolo e selvatico, un'esplosione speziata, in parte dolce in parte piccante, con l'aria a svolgere un giusto lavoro, arriveranno amarena e caffè. La vinosità fruttata ritorna anche in bocca, un sorso ancestrale dove il tannino rivendica il suo ruolo senza essere sgarbato, conserva freschezza e solo in chiusura esce un confortante calore. Vino di indubbia vocazione gastronomica che cerca ed offre nel piatto un necessario completamento.

Per il dessert un vino raro, lo 🍷 Chadelune "Vin de Glace" 2016 della Cave Mont Blanc de Morgex et La Salle, dalla vendemmia tardiva notturna di uve ghiacciate. Poche volte ho assaggiato un icewine, quindi faccio fatica a parlarne con totale cognizione. Colore dalla sfumatura rosata, il naso ha un intenso ricordo di mallo di noce, se all'inizio ho pensato ad un'ossidazione tutto il resto l'ha smentita, per poi trasformasi quasi completamente minuto dopo minuto in mela al forno, zucchero bruciato, tabacco resinoso, cannolo siciliano.

Sorso dolce, denso, morbido con una trama amaricante di liquirizia, nel complesso interessante anche se non sono un appassionato del genere, particolare nel finale affumicato con miele di castagno e, in sottofondo, una bella freschezza che lavora per l'equilibrio.

E' stata una bella serata, piacevole nonostante il molto rumore, leggera e disimpegnata, sono più che contento di aver partecipato gustando di nuovo sapori che con il tempo erano diventati solo un lontano ricordo.





domenica 22 aprile 2018

La Romagna vista dal Sangiovese – Trattoria “I du matt” (19/04/2018)


Parlare di Sangiovese nelle Terre Verdiane... in zona eremo capita anche questo, grazie a Maura e Mariano, proprietari e rispettivamente Sommelier e Chef della trattoria “I du matt” di Parma.


Assoluto protagonista il vitigno e come apostolo Francesco Bordini, enologo, consulente e lui stesso produttore di vini a Modigliana. Un ragazzo alto, animato da una gran passione, sempre sorridente e davvero contento di essere in mezzo a noi a parlare del suo lavoro, della sua terra, dei suoi frutti.

Ha cominciato più o meno così... “stasera vi dimostro come i diversi terreni delle Colline Romagnole dettano il carattere del Sangiovese”. Per farlo ha scelto 7 vini, realizzati allo stesso modo, solo acciaio e tutti della bellissima vendemmia 2016.

Per quasi tutti la medesima “mano” enologica, proprio quella di Francesco, che a Villa Papiano, azienda fondata con i tre fratelli per continuare “a far qualcosa insieme”, aggiunge un'attività di consulenza ad altre cantine nella sua regione, in Italia e all'estero.


Tanto per entrare nell'argomento un “assaggio” di Albana, il principe bianco della Romagna, vino che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Francesco annuncia il suo vino come la vigna di Albana più alta della regione e quindi del mondo, svetta da ben 480m di altezza e per questo esclusa dalle regole della denominazione.

La quota si sente tutta nel 🍷 “Terra !” 2016 di Villa Papiano, il tocco glaciale nel colore e dei profumi metallici, l'acidità ficcante di frutta ancora tesa nella ricerca della maturazione, ma il carattere dell'uva non si è fatto domare, c'è spessore tannino, un sottofondo dolce di miele, apertura floreale ed erbacea che emergono grazie alla temperatura.

Solo un apripista al resto della serata decisamente in rosso. La Romagna, come dice Francesco, è geologicamente semplice “a quote basse i terreni sono più giovani, in alto quelli più antichi” ad abbracciare un periodo lunghissimo che da meno di 1 milione, affonda fino a 65 milioni di anni nel passato.

La zolla staccatasi dall'Albania che ha creato le colline Romagnole si è appoggiata dolcemente e senza scossoni nella sua sede definitiva lasciando gli strati ben separati. Al contrario di Radda in Chianti, dove la genesi parte dalla lontana Spagna e ha avuto percorsi tettonici ben più travagliati, arrivando ad un sottosuolo frammentato in isole, senza alcuna regola legata all'altezza.

Dalla Pianura Padana a salire argille rosse, il colore della Romagna, sabbia gialla, arenaria, “spungone” e infine gesso. Nelle prime, le più basse e giovani, i resti fossili sono ancora distinguibili come conchiglie, nei più antichi sono ormai cementati dal peso sopportato in milioni di anni. Ognuno detta il suo carattere nei vini... potenza, alcol, tannino, spezia e sottobosco per le argille, finezza, minor calore, sorso più leggero, frutto croccante e persino fiori dalle sabbie.

Questi aspetti li abbiamo sentiti tutti, e molto bene, nei 7vini scelti per noi come esempio, ognuno, di altezze e terreni diversi. Stessa filosofia produttiva: uve Sangiovese in purezza raccolte ben mature evitando maniacalmente la surmaturazione, macerazioni lunghe, appena una goccia di solforosa, blande filtrazioni.

Da argille rosse, e l'impronta si avverte tutta, il 🍷 “Crepe” 2016 di Cà di Sopra. Impatto speziato, pungente di pepe e mirto, un frutto rotondo e goloso, in bocca il tannino gioca un ruolo importante e deciso, asciuga senza essere sgarbato. Finale salatissimo con un bel regalo fruttato e croccante, l'acidità prova a nascondere il calore dietro ad una bella amalgama, con la temperatura emerge persino un soffio di violetta. Rimarrà il vino più potente di tutta la serata.

La sua nemesi si trova nel 🍷 “Le Liti” 2016 della cantina “I Sabbioni”, non a casa da terreni sulla fascia della sabbia gialla. Registro completamente agli antipodi, delicato nell'approccio, dolce di fiori e condito di frutti, leggero sottobosco bagnato dalla rugiada, sensazioni rugginose e appena affumicate. Sorso sottile, scorre vellutato in una magnifica tattilità di gesso, prima su bacche rosse, per poi offrirsi in una chiusura ferrosa. La sapidità maschera la freschezza fin quasi alla fine e solo allora cede inesorabile il passo... rimarrà uno dei miei preferiti.

Con i successivi 3 vini superiamo la “linea dei calanchi”, parallela alla Via Emilia, a separare la bassa dall'alta collina. Il 🍷 “300” 2016 di Villa Liverzano viene tutto da vigne su gesso, ricavate sottraendo terreno al bosco, per questo circondate da bio-diversità, con il beneficio di una ventilazione costante. Francesco lo definisce un vero “Brisighello”.

Il frutto si fa piccolo e croccante, ha una frazione muschiata e un tocco di cioccolato, profuma come la terra riarsa in estate bagnata dalla pioggia, non si nega nemmeno un soffio di scorza d'arancio. Bocca densa, succosa, dal tannino giovane, finale che si tinge in rosso in ciliegia e mineralità, intensa la forza aromatica.

A seguirlo un secondo vini di Villa Papiano, il Sangiovese Superiore 🍷 “Le Papesse di Papiano” 2016 da vigne in Modigliana, il comune viticolo più estremo della Romagna, su arenarie vecchie di 20 milioni di anni.

Salmastro, non riesco a togliermi dalla testa l'immagine dei capperi, una trama selvaggia che trova la sua redenzione offrendo spunti floreali arancioni che sfiorano il giallo, in un filo di dolcezza finale. All'assaggio mi piace tantissimo, leggero, salino e comunque profondo, tutto giocato su una delicatezza saporita di melograno, tannino di una trasparenza sottile, si congeda al gusto come un ghiacciolo all'amarena... sapori d'infanzia.

Predappio è un po' la sintesi, come la definiva il padre di Francesco un “crogiolo di grandi terroir”, proprio da lì viene 🍷 “Il Sangiovese” 2016 di Noelia Ricci. Si stacca dal gruppo con uno scatto roccioso, sulfureo, croccante di ribes, e allora in bocca si conferma pieno, salato, dal tannino non ingombrante e ben educato, saporosità che si accompagna a dolcezza, un ultimo respiro di caramella zuccherina alla fragola. Un calice di grande fascino.

Francesco ci svela allora un piccolo “trucco” prendendo ad esempio questi 3 vini... ci chiede di individuare in quale si riconosca una aroma di propoli. La maggioranza vota per il “300” che infatti usa il 5-6% di macerazione a bacca intera, e anche con così poco il marchio diventa inconfondibile. L'ho sentito in effetti in tanti vini, ora so quale può essere l'origine.

Si torna nelle vicinanze della Via Emilia per trovare ancora 2 terroir diversi, le argille ocra, quindi ricche di ferro, e quelle grigie.

Le prime imprimono il loro carattere nel 🍷 “Primo Segno” 2016 di Villa Venti, dal colore bellissimo, così trasparente e dal bordo appena granato, una vera unicità nella serata. L'essere particolare si conferma nella leggera sensazione affumicata, ricca di agrumi e altrettanta cannella, il pizzicore del peperoncino, seppur con discrezione non si nega nemmeno la fragolina di bosco. Gran bella impressione al gusto, leggiadra, serena, dopo un altissimo picco di salinità, tanta eleganza, finale terroso dal calore soffuso, impreziosito da una texture di gesso bagnato. Francesco ci spiega “tipico nei Sangiovese su argilla”.

Da argille plioceniche, le più giovani, grigie perché ricche di Sodio il 🍷 “MonteTauro” 2016 di Podere Vecciano. Vellutato nell'accarezzare il naso, con fiori scuri, gelatina di frutta, una vivida impressione di macchia mediterranea, estremamente iodato, solare e aperto. Sorso di densità, ricco di ciliegia, dal tannino fitto che senza essere sgarbato trattiene giustamente il sorso, alleandosi nell'azione asciugante con l'impressione sapida. Trasmette anche in questo la sua vicinanza al mare.

Non poteva esserci conclusione più adeguata e dolce della serata se non con l'Albana Vendemmia Tardiva 🍷 “Tregenda R!” 2014 di Villa Papiano, classificato, nella sua assoluta particolarità, come Vino Bianco da Uve Stramature. Meraviglia dai soli 8.5% in volume di alcol, ma con ben 200 g/l di zuccheri residui e uno strabiliante 12 g/l equivalenti di acido tartarico... numeri da Ice Wine.

Il colore è fiammeggiante, i profumi spaziano dalla pasta lievitata, all'uva passa, al dattero, per arrivare a metallo rovente, zucchero bruciato e un frutto inequivocabilmente rosso. Vero shock gustativo all'assaggio, nervoso come raramente accade per freschezza fruttata e zenzero verde, capaci di far passare in assoluto secondo piano una dolcezza che nei numeri dovrebbe essere quasi sfacciata. Sorso di pura vitalità e incredibile leggerezza, rimarrà sempre fra le esperienze di un degustatore.

Che serata !!! Altre ogni più rosea aspettativa, mai avrei pensavo di divertirmi così e allo stesso tempo imparare tantissimo...

Il rinnovato locale di Maura e Mariano è molto bello, mi piacciono le linee moderne, geometriche, con tanta luce in un bel contrasto con rifiniture scure e nere, la ricerca della raffinatezza nella semplicità.

Sono arrivato presto anche per visitare la cantina, dove ho trovato una buona selezione di bottiglie che conosco e bevo sempre ben volentieri, anche nel proporre i rossi freschi, ho trovato subito intesa con Maura. Ci siamo quindi accomodati nella Sala Corsi del Ristorante, davvero comoda, per ognuno tutto lo spazio che serve per seguire e prendere qualche appunto.


Le parole di Francesco sono state intervallate da alcuni piatti della cucina tradizionale dei “Du Matt”, mi sono goduto intensamente la golosità della 🍴 “Lasagnetta con ragù e besciamella” e la morbidezza della 🍴 “Carne 'cotta al giusto' con patate agata e verdura saltate”, in un bel contrasto con il suo contorno. Come entrée i “Cannoli di verdura e carne”, chiusura croccante e dolce nella 🍴 Torta Sbrisolona.

Questa la lista dei vini proposti e raccontati da Francesco e Maura:

🍷 Villa Papiano – Sillaro Igt “Terra !” 2016

🍷 Cà di Sopra – Romagna Sangiovese Superiore “Crepe” 2016

🍷 I Sabbioni - Romagna Sangiovese Superiore “Le Liti” 2016

🍷 Villa Liverzano – Ravenna Igt Sangiovese “300” 2016

🍷 Villa Papiano - Romagna Sangiovese Superiore “Le Papesse di Papiano” 2016

🍷 Noelia Ricci - Romagna Sangiovese Predappio “Il Sangiovese” 2016

🍷 Villa Venti - Romagna Sangiovese Superiore “Primo Segno” 2016

🍷 Podere Vecciano – Colli di Rimini Sangiovese Superiore “MonteTauro” 2016

🍷 Villa Papiano – Vino Bianco da Uve Stramature “Tregenda R!” 2014



mercoledì 18 aprile 2018

Bordeaux: una bussola – Le degustazioni di Enoluogo (11/04/2018)


Bordeaux è per me un mondo quasi sconosciuto. Sono ripartito dalle parole di Alessandro Masnaghetti a Reggio Emilia... “per trovare bottiglie che davvero tolgono il fiato, bisogna salire molto in alto con i prezzi”. Diversamente, quello che più spesso si incontra è la grande maestria applicata alla vinificazione, estrema precisione, senza tuttavia raggiungere il vero slancio.


Sono sempre più convinto di come le degustazioni vadano scelte sulla base di due criteri: il relatore o il livello degli assaggi proposti. Non sempre si riesce a coniugare entrambe queste necessità, ma almeno una delle due deve essere del giusto livello.

In questa sono andato sulla fiducia, prenotando con largo anticipo ancora senza sapere quali sarebbero stati i vini. Anche con la curiosità di ascoltare una voce nuova, ancora meglio se con un diverso approccio alla degustazione, quella di Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, al secondo anno del lungo percorso di studio per arrivare al titolo di Master of Wine.

Nella piccola sala di Enoluogo, sede della Redazione e punto d’incontro di Civiltà del Bere, abbiamo trovato il nostro tavolo già predisposto con i calici dei 7 vini che da lì a poco avremmo assaggiato. Davanti a noi una tovaglietta con i nomi delle etichette, a fianco una casellina vuota in cui associarne la posizione.


Alessandro ci ha chiesto di degustare alla cieca, sottolineando per ogni bicchiere i 3 descrittori principali, tattilità e quantità dei tannini, un solo aggettivo a definire, nel complesso, la personalità dell'assaggio. Secondo Lui, concentrandosi solo sugli aspetti essenziali del vino e sommando il contributo di tutti, alla fine il carattere che lo specifico terroir imprime nel bicchiere, deve necessariamente emergere.

Non saprei dire come sia andata, a livello personale, come ho premesso, di Bordeaux ho ancora una conoscenza superficiale e di poche bevute, nel complesso non mi pare che Alessandro sia rimasto particolarmente soddisfatto della sua “classe”.

Magari si aspettava conoscitori più profondi del territorio e forse, prima a dopo la degustazione, avrebbe potuto spendere qualche parola di più su quello che avremmo dovuto trovare e ciò che invece ci hanno trasmesso le specifiche zone. Una degustazione con un approccio un po' troppo vicino allo stile da Master of Wine, più adatto a persone che hanno una bella storia di assaggi alle spalle.

Devo però riconoscere che il metodo, come idea, mi è sembrato valido, se non altro da riprovare con vini e terroir che conosco meglio. Soprattutto, e aggiungo finalmente, si è accesa in me la scintilla per i vini di Bordeaux. Alla fine è la sola cosa che conta, sono stai proprio 7 magnifici assaggi.

A conferma di quello che aveva detto il Masna, quando il livello si alza, allora davvero si possono avere dal calice le stesse soddisfazioni che i grandi Borgogna possono offrire. Chiaramente la luce del vino è completamente diversa, più scura che non rossa, sia nel frutto che nell'espressione minerale, anche la speziatura cambia dello stesso colore, la tattilità in bocca è completamente su un altro registro.

Tuttavia l'allungo non teme certo confronti, la vibrazione nervosa della freschezza di un grande Pinot Noir può essere altrettanto resa dalla tessitura setosa di un tannino così magistralmente rifinito. Bevute agli antipodi, ma in grado di rimanere impresse nella memoria con uguale forza.

Complice il “gioco” a indovinelli che abbiamo tentato, non ho avuto modo di catturare con precisione i dettagli di ogni assaggio.

Ricordo però ancora bene l'affascinante diversità del calice #6, così salmastro, letteralmente piccante, mentolato, con in sottofondo un piccolo frutto maturo e la dolcezza del cioccolato al latte. In bocca un tannino importante ma saporito, deciso e graduale nell'affermarsi, finale salato con un'impressione di ferma raffinatezza. Mio favorito e non solo, il vino che ha ricevuto più preferenze, era il 🍷 Vieux Chateau Certan 2012 di Pomerol, purtroppo anche la bottiglia più costosa, realizzata con l'87% di Merlot, completato dal 14% di Cabernet Sauvignon e 1% di Cabernet Franc.

Ecco, adesso finisce che mi piace pure il Merlot...

Nella graduatoria avevo messo appena dietro il calice #7 per la sua freschezza di frutto, sotto forma di ciliegia croccante, sanguinella di fine stagione, la particolarissima florealità inconsuetamente gialla, i ricordi quasi ferrosi, tannino lieve capace di accarezzare con gentilezza il palato. Magari non così complesso e profondo, ma con una dinamica ineguagliata nella serata.

E accidenti di nuovo un Merlot... in prevalenza per l'84%, dello 🍷 Chateau Pavie Macquin 2012 Grand Cru Classé di Saint-Èmilion. Assemblaggio che comprende il 14% di Cabernet Sauvignon e 2% di Cabernet Franc, per un vino a cui indubbiamente il regime biodinamico ha regalato così tanta energia, come spesso accade.

Prezzo più ragionevole, lo avevo già sentito con il Masna, ma non con la stessa soddisfazione, forse ora capisco anche il perché… aveva tanto bisogno di fare l'amore con l'aria. All'Enoluogo ha avuto tutto il tempo che gli serviva, a Reggio invece avevo solo potuto notare come, minuto dopo minuto, si fosse così rasserenato.

Spendo due parole anche per il calice #5, delicato, dal frutto piccolo, nero e dolce. Un sorso aperto su un tannino importante, capace di indurre tensione, ma anche scatto e una vitalità che mi è piaciuta da subito. Si è mostrato come lo 🍷 Chateau Phélan-Ségur 2015 da Saint-Estèphe, bottiglia più giovane della serata, l'unico di un'annata diversa dalla 2012.

Anche i 4 assaggi venuti prima sono stati magnifici, ricchi di personalità, di piena soddisfazione, come tutta la serata, anche solo per la compagnia, che non poteva essere migliore. Una bella gita a Milano, in 3 giorni la grande Borgogna e il grande Bordeaux, con la stessa amica e vicina di banco, peccato la pioggia, ma sono dettagli.


🍷 Chateau Haut-Bailly 2012 – Cru Classé de Graves, Péssac-Leognan 
🍷 Chateau Brane-Cantenac 2012 – 2e Grand Cru Classé, Margaux

🍷 Chateau Leoville-Barton 2012 - 2e Grand Cru Classé, Saint-Julien

🍷 Chateau Pichon Longueville Baron 2012 – 2e Grand Cru Classé, Pauillac

🍷 Chateau Phélan-Ségur 2015 - Saint-Estèphe

🍷 Vieux Chateau Certan 2012 – Grand Vin du Pomerol

🍷 Chateau Pavie Macquin 2012 – 1er Grand Cru Classé, Saint-Èmilion



domenica 15 aprile 2018

Cantina Tramin al "Il 25" di Carpi (12/04/2018)

Si fa presto a snobbare certe realtà del mondo del vino solo perché dietro ci sono dei numeri, per altro nemmeno altissimi su scala nazionale, e una visione enologica che preferisce una qualità ripetibile nel tempo, magari anche perfezionismo, piuttosto che la ricerca del calice che stupisce. 


E sono proprio convinto che se davvero lo volessero, non avrebbero difficoltà a realizzarlo, con la scelta di vigneti, esposizioni, terreni e varietà che hanno a disposizione. Già negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo... 

Quando si parla delle cantine cooperative dell'AA bisogna tenere presente che garantiscono un reddito più che dignitoso a tanti piccoli proprietari agricoli che diversamente, vista la minuscola estensione delle proprietà, non potrebbero permettersi di continuare a coltivare la vite. Ci sarebbe abbandono, corsa al ribasso dei prezzi, sfruttamento al limite delle risorse... cose purtroppo già viste in tante parti d'Italia. 

Al di là della mia personale preferenza dei loro vini, a cui non mi sento poi così vicino, la prima cosa a cui bisogna pensare è il rispetto, per una organizzazione cooperativa che mai come in questa regione pensa davvero al benessere dei suoi soci, con la giusta attenzione verso la terra che li ospita. Loro in mezzo ai vigneti ci vivono, vi fanno giocare i loro figli, hanno tutti gli interessi affinché la natura sia preservata al meglio possibile. 

Di questo non fanno proclami né lotta idealogica, per loro è la semplice normalità. Fondata nel 1898, la Cantina di Termeno appartiene a 150 soci con un totale di circa 260 ettari, lo stesso enologo, Willi Stürz, li guida ormai dal 1992. Una caratteristica comune anche ad altre Cantine Sociali della regione, dove si persegue costanza, coerenza di idee, un percorso necessariamente lungo, per arrivare alla crescita. Non si cambia certamente tanto per cambiare.  

Abbiamo avuto l'onore di averne con noi il Direttore Commerciale, Wolfgang Klotz, preparato, cortese e anche piuttosto spigliato, cosa non scontata in regione. 


Dall'ultima vendemmia venivano il Pinot Bianco “Moriz” e il Sauvignon “Pepi”, ancora sui profumi fermentativi il primo, decisamente più espresso il secondo, con il varietale già declinato sul fiore di Sambuco. A parte rare eccezioni, la miglior espressione possibile per questo vitigno in AA. Non per nulla, parte dei vigneti sono a Pennone, altri a Gleno. 

AA Weiss “Stoan” 2016 il vino che mi è piaciuto di più, con lo Chardonnay a costruire l'impalcatura del vino, il Sauvignon ad alleggerirla e il Gewürztraminer ad aggiungere profondità di profumi e un tocco, davvero molto delicato, di spezie. 

Salatissimo il Pinot Grigio “Unterebner” 2016, da vigneti sopra ai 600m e uve raccolte ben mature, con ricordi resinosi e un'importante presenza alcolica. Forse non proprio a suo agio da solo, ma ha legato molto bene con il leggero piccante del delizioso Risotto alla Pescatora di Chef Pier. Il piatto merita una nota più avanti, stava proprio da Dio. 

Non ho mai amato tantissimo il “Nussubaumer”, il Gewürztraminer forse più famoso d'Italia, in questa occasione dalla vendemmia 2016, per quella bocca larga, dolce, morbida che chiude in un leggero amarognolo dovuto proprio al grande calore. Però i profumi sono sempre belli, complessi di iodio, brodo carnoso, acqua di porto, pizzicanti di sale. Nel sorso emergono invece litchi, mango e frutta tropicale. Peccato per la dinamica. 

Finale doppiamente in rosso, con due annate del “Loam”, Cabernet-Merlot Riserva 2015 e 2012, quando ancora non aveva questo attributo. Entrambi scuri, il primo intensamente speziato, con ricordi di terra rossa, pomodoro essiccato, cioccolato e amarena. In bocca un tannino evidente ma levigato, paga un po' sul volume alcolico una certa mancanza di freschezza. 

Più austera la versione 2012, omaggio di Salvatore, e anche più serena, concedendosi persino un soffio di sottobosco umido e tartufato. Porge a compensazione liquirizia e grafite, con un sorso che ha già maggior equilibrio e in questo mi è parecchio piaciuto. 



Lo Chef Pier ha accompagnato i bianchi di apertura con una 🍴 Insalata di Polpo e Gamberi quasi a voler finalmente propiziare l'estate, bella croccante e fresca, come piace a me. Spettacolare il 🍴 Risotto alla Pescatora, dalla cottura perfetta, con quel leggero piccante che gli dava un gran brio e permetteva un matrimonio perfetto nell'abbinamento. Naturalmente non mancavano il loro buonissimo pane, salumi, formaggi e i dolcetti finali.

Di seguito la lista dei vini assaggiati, gran bella serata, come sempre. 

🍷 AA Pinot Bianco “Moriz” 2017 

🍷 AA Sauvignon “Pepi” 2017 

🍷 AA Weiss “Stoan” 2016 

🍷 AA Pinot Grigio “Unterebner” 2016 

🍷 AA Gewürztraminer “Nussubaumer” 2016 

🍷 AA Cabernet-Merlot Riserva “Loam” 2015 

🍷 AA Cabernet-Merlot “Loam” 2012 


Una curiosità... le 5 righe del logo della Cantina di Tramin vogliono essere una testimonianza all'intensità e all'ampiezza dei loro vini. Ci sta proprio bene 😊, una buona scelta.


sabato 14 aprile 2018

Armando Castagno e la Borgogna: Côte de Beaune - Il “pianeta Montrachet” e i suoi satelliti (09/04/2018)

Mi sono svegliato la mattina seguente con ancora vivo il ricordo di quel vino appena portato alla bocca. Una presenza tattile unica, in grado di fermare il tempo all'inizio di ogni piccolo sorso, sintesi perfetta di volume, equilibrio, eleganza e profondità

Un'esperienza a più dimensioni, dove la parola “completo” è finalmente spendibile in modo adeguato, si impone senza pesare, persistente senza suonare un'unica nota, ti lascia scegliere di quale sensazione godere attimo per attimo. L'apertura aromatica dei grandissimi Pinot Noir della Côte de Nuits declinata in bianco, dipinta in tratti salmastri, solari, estivi, bagnata di oli essenziali, pungente di erbe e polvere di roccia... e tanto altro, solo da cogliere.

Era il 🍷 Le Montrachet 2014 di Lamy Pillot, dall'angolo più in alto e a Sud del Grand Cru, un minuscolo vigneto di appena 0.05 ettari.




Dell'altro magnifico bicchiere che gli aveva aperto la strada, lo 🍷 Chevalier-Montrachet 2014 di Philippe Colin, la memoria è ugualmente nitida, ma più marcata nel contrasto cromatico fra tensione aerea e attrazione marina.

Così glaciale già nel colore e nella compostezza dei profumi, una vera progressione all'assaggio con quel picco di sapidità in entrata che strappa letteralmente da ogni pensiero portandoti in riva al Mediterraneo, all'ombra di un agrumeto, con il vento dal largo che porta profumi di iodio e conchiglie.



Puligny e Chassagne... Montrachet e i suoi satelliti proprio nel mezzo. Appena la pendenza comincia a salire il terreno diventa un mantello, la roccia madre emerge in più punti, certe zone sono così desolatamente sassose che si è ormai rinunciato persino alla vigna, quando piove occorre riportare fra i filari la poca terra che l'acqua ha travolto.

Perché allora ostinarsi a coltivare ancora questo paesaggio duro e lunare? Le parole di Armando ci hanno spalancato gli occhi su una verità che ancora una volta ha le radici nella geologia della Côte. 

Solo qui l'esposizione torna in pieno Est, il punto cardinale della vera eleganza, così frequente in tutta la Côte de Nuits, ma puramente episodico a Sud di Corton. Allo stesso tempo i terreni sono privi di quegli ossidi di ferro che esaltano la forza e i toni ematici del Pinot Noir, ma tolgono freschezza e dinamica allo Chardonnay.

A quest'ultimo punto pone infatti eccezione la matrice minerale in diversi climat di Chassagne, che al contrario di Puligny, bianchista da sempre, fino a poche decine di anni or sono ancora diffusamente piantata a Pinot Noir, che tutt'oggi ancora resiste in molti vigneti.

Semplice, evidente, quasi intuitivo... ovviamente dopo il racconto di Armando. Il mondo del vino è così, nulla accade a caso.

In effetti la degustazione è proprio iniziata con l'unico rosso presente, lo 🍷 Chassagne-Montrachet Rouge 1er cru La Cardeuse 2014 di Bernard Moreau, appena aperto dal frutto autunnale si è fatto più fresco minuto dopo minuto mantenendo tuttavia un'anima speziata e di foglie essiccate, senza tuttavia alcuna traccia scura e umida. In bocca intensità e persino un soffio di calore, natura solare, sorridente, con una bella vena gourmandise, non mi dispiacerebbe averlo in cantina. Michele sa bene di cosa parlo 😎...

Dopo l'omaggio alla vocazione passata solo bianchi, ripartiti fra i due comuni e ben capaci di dettare un'identità precisa. Se lo Chardonnay trova freschezza e florealità a Puligny, negli Chassagne è la sapidità che si erge a protagonista.

Dolce nei profumi di tiglio e magnolia, amplificati da polline, confetto e mandorla, dal sorso largo, amichevole, con piena forza aromatica lo 🍷 Chassagne-Montrachet 1er cru Abbaye de Morgeot 2014 di Berthelemot. Lo anima una freschezza nervosa, volendo anche non così ordinata, dal finale salatissimo.

Non si può usare altro termine se non “pura roccia” per il vino di 🍷 Vincent Dancer, lo Chassagne-Montrachet 1er cru Tete du Clos 2015. Un naso che evoca pietra focaia, gas, impressioni salmastre che tuttavia, ascoltate con attenzione, non rinunciano a ricordi di pesca bianca e scorza verde d'agrume. Il sorso porta sensazione affumicate in ingresso e in chiusura, violentemente sapido, quasi piccante, con appena un sollievo dalla morbidezza glicerica e nel respiro finale di lavanda.

Si cambia registro varcando il confine comunale, lo 🍷 Puligny-Montrachet 2014 di Jean Marc Boillot, in mezzo ad una lista con tanto blasone, poteva sembrare il vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Alla prova dei fatti se ne metterà dietro un bel po', sfoderando profumi ammalianti per definizione ed articolazione, di fiori bianchi e pesca dello stesso colore, pompelmo, eteree sensazioni cosmetiche. Leggero in bocca, dalla freschezza larga, si trattiene appena in profondità... e per fortuna. Bellissimo nella gradualità tattile, non a caso da climat per la maggior parte situati giusto sotto ai Grand Cru.

Siamo poi saliti in alto e a Nord, fino ai vigneti del 🍷 Puligny-Montrachet 1er cru Hameau de Blagny 2014 di Moissenet-Bonnard, nonostante questo più tropicale e dolce nel frutto, accompagnato da ricordi di brodo ed erbe salate. Anche all'assaggio conferma questa duplice natura, suadente e iodata, chiude però su crema e vaniglia concedendosi uno sbuffo di alcol. Nel complesso una bevuta serena e posata.

Decisamente più irrequieta quella del 🍷 Puligny-Montrachet 1er cru Clos de la Truffière 2014 di Benoit Ente, dall'olfatto variegato, pungenza speziata di fiori in lotta con ricordi di terra, roccia e resina, inspirandolo in profondità la sensazione di polvere da sparo diventa ancor più evidente. Al sorso è protagonista un'acidità piuttosto irrisolta, probabilmente figlia di una bottiglia non particolarmente felice come confermato da un veloce secondo assaggio, risultato molto diverso già nei profumi.

Conclusione in grandezza con i successivi Grand Cru, su cui non ho molto altro da aggiungere, se non che, per quanto belli potessero essere i calici precedenti, lo stacco è risultato imperioso, deciso, netto, senza alcun appello.


Un bellissimo commiato da 4 serate che mi hanno arricchito, nei contenuti, negli assaggi, e nel poter toccare con mano un modo diverso di raccontare il vino, dove chi è chiamato a trasmette la sua passione non ha posto un muro fra se e tutti noi venuti per ascoltarlo. Si può essere autorevoli senza esercitare autorità, un messaggio che a tanti farebbe un gran bene.

Un grazie ad Armando e alle mie compagne di banco, Vania e Giovanna, amiche preziose in queste e tante altre occasioni per il confronto, il coinvolgimento, lo scambio di punti di vista e l'iniezione di passione che sempre mi danno, per scoprire cose nuove nel mondo del vino e non solo.

Questa la lista dei vini degustati:

🍷 Bernard Moreau - Chassagne-Montrachet Rouge 1er cru La Cardeuse 2014
🍷 Berthelemot - Chassagne-Montrachet 1er cru Abbaye de Morgeot 2014 
🍷 Vincent Dancer - Chassagne-Montrachet 1er cru Tete du Clos 2015 
🍷 Jean Marc Boillot - Puligny-Montrachet 2014 
🍷 Moissenet-Bonnard - Puligny-Montrachet 1er cru Hameau de Blagny 2014 
🍷 Benoit Ente - Puligny-Montrachet 1er cru Clos de la Truffière 2014 
🍷 Philippe Colin - Chevalier-Montrachet Grand Cru 2014 
🍷 Lamy Pillot - Le Montrachet Grand Cru 2014 





domenica 8 aprile 2018

🍷 Vignai da Duline - COF Ronco Pitotti Chardonnay 2015

Il bello del mondo del vino sta anche in questo, pensi di aver costruito delle certezze e poi arriva il calice che te le smonta. 


A soli pochissimi giorni dall'assaggio di 4 magnifici Meursault, mi trovo davanti ad un vino così. Simile, se non nelle sensazioni, senz'altro come stile, rigore, intransigenza minerale. Tuttavia non è Francia, bensì Italia... anzi Friuli, Manzano, Ronco Pitotti. 

Mi consolo nell'essere in buona compagnia. Jean-Marc Roulot, assaggiando questa stessa bottiglia a Venezia, propose a Federica e Lorenzo un viaggio d'incontro in Borgogna. 

Sono subito catturato dalla ricchezza del profumo, all'inizio dolce, senza un solo indizio burroso o vanigliato, bianchissimo di fiori, che durano però solo il tempo necessario ad inspirarlo profondamente. 

Allora il registro cambia, in modo netto, cresce un'immagine intensamente minerale, di sabbia rovente, unita al frutto, giallo, maturo, e tantissima spezia. Pesca, zenzero, ananas candito, sgomitano fino a lasciar spazio ad un ultimo respiro salmastro, di conchiglia e ostrica. 

In bocca è pazzesco, potrei azzardare senza timore di non aver mai sentito fin'ora una salinità così concentrata, incisa. Equilibrio e volume passano allora in secondo piano, scorre raccolto, nemmeno un filo di grassezza, aromatico di ginestra, mirabelle e resina, finale di metallo e iodio, sorso illuminato dal sole. 


"Luce e pietra" sono le parole usate da Armando Castagno per introdurre Meursault, questo il punto di unione...



lunedì 2 aprile 2018

La Valtellina – Racconto Monografico di Francesco Falcone (ONAV Parma 28/03/2018)

Secondo Francesco ci vogliono almeno 15 vini per definire completamente la fragilità del Nebbiolo di Valtellina. Una natura che gli viene dall'ambiente in cui l'uva cresce, così precario, su terreni conquistati all'assurda pendenza della montagna, vigneti che si slanciano verso un cielo azzurro di luce. 


Ci vuole amore o nessuna altra scelta possibile per decidere di produrre vini in quei luoghi, lavorare duramente la terra e farsi pagare una miseria i suoi frutti. Bisogna allora essere sognatori... per fortuna in valle ne sono rimasti ancora tanti. 

Che vino è il Nebbiolo di Valtellina? Il suolo è magro, acido fin quasi ad intossicare le piante togliendogli nutrimento, dona poca materia ma tanta grazia, c'è un riflesso nei profumi e nel sapore del clima asciutto, spazzato dal vento, intriso di roccia. 

Nasce già su toni maturi, il tannino lieve non ha bisogno del tempo per addomesticarsi, non c'è quasi colore nemmeno in annate torride, esprime austerità ma con sprazzi di luce primaverile, mineralità sempre un passo avanti rispetto ad una freschezza dal sapore comunque dolce. 

Non si nega nemmeno la resistenza al tempo, figlia di un castello di sensazione così leggere che non possono essere schiantate dal proprio peso, il rischio che invece corrono ben altri Nebbiolo, potenti, alcolici, densi di tannino da giovani, dove appena qualcosa si muove, trascina in rovina il resto. In Valtellina invece tutto si ferma, quasi cristallizzato negli anni, come i muretti a secco che sostengono quei pochi fazzoletti di terra fissi nel paesaggio ormai da secoli. 

Non sono certamente pochi 15 assaggi, ma nemmeno il numero giusto per poter ostentare certezza su un vino dalla storia così lontana. 

Potrei trascrivere le sensazioni di ognuno attingendo agli appunti, a cominciare dal Metodo Classico di Aldo Rainoldi, bellissimo nel colore ramato, certamente semplice, ma decisamente ben più rifinito di come me lo ricordavo, un piacevole soffio di agrumi dai toni salini. 

Faccio ancora molta fatica a distinguere le sfumature fra Sassella, Inferno, Maroggia, ma la cavo decisamente meglio con la magrezza minerale della Valgella, più in generale posso dire che queste espressioni del Nebbiolo mi piacciono molto. 

Senza alzare troppo la voce potrei azzardare “anche ben più di quello di Langa”, intendendo che sicuramente questo vino sottile e profondo è certamente più vicino ai miei gusti, per come accarezza invece di imporsi, per come sussurra invece di alzare il tono, per come tocca il profondo dell'anima invece di incidere i sensi. 

Ora come non mai può essere il momento in cui la tenacia di questi vignaioli venga finalmente premiata, un po' per il clima che gioca a sfavore di altre zone, un po' perché tante persone hanno cominciano a ricercare la leggerezza nel bicchiere. 

Non hanno sfigurato nemmeno gli Sforzati, prodotto comunque piuttosto marginale nella Valle, voluto dall'uomo come ribellione alla natura, in cui la maggiore densità non riesce comunque a soffocare l'essenza che il luogo trasmette alle uve. 

Vino della serata un Nuits Saint George nato sul lato sbagliato delle Alpi e 400km più a Est, sotto forma del 🍷 Valtellina Superiore Le Prudenze 2009 di Alberto Marsetti, da uve interamente del Grumello senza tuttavia rivendicare la sottozona per via di una raccolta più tardiva del solito.

Completamente in sfumatura granato, profuma intensamente di chinotto e scorza di cedro, parte salatissimo per poi concedersi una pennellata di liquirizia unita ad un piccolo frutto nero e maturo. Bocca dall'attacco dolce con un accenno di cioccolato, in sottofondo una sensazione salmastra che accompagna il tannino presente, ma vellutato. Sorso di grandissima grazia e pienezza allo stesso tempo, al naso diventerà ancora più gentile, sfiorando il ricordo di pesca sciroppata e violetta appassita. 

Per non lasciarlo solo in questo racconto scelgo anche il 🍷 Valtellina Superiore Sassella Grisone 2014 di Alfio Mozzi che non smentisce la mia annata del cuore. Colore dalla luce meravigliosa e un naso incantevole, balsamico, con un frutto freschissimo che focalizza la ciliegia matura, nitida e sorprendente speziatura di pasta di mandorle, un'intensa violetta ancora bagnata dalla rugiada del mattino, terra rossa scaldata dal sole. 

Sorso cesellato, ad un esordio appena rotondo oppone uno sviluppo leggero, quell'attimo di trasparenza che riflette la stagione fredda, piccante nel finale dal frutto che si spinge su colori più caldi. Tannino graduale e un bellissimo allungo, finale di incenso, che sarà l'ultimo profumato saluto dal bicchiere ormai vuoto. 


Di seguiti i vini assaggiati, raggruppati da Francesco nel relativo tema. Personalmente, non ne avrei scartato nemmeno uno, piccoli gioielli dalle montagne più belle d'Italia. 

📖 BOLLICINE ALPINE 
🍷 Aldo Rainoldi - Metodo Classico Rosé 2012 (sb. 2018) 

📖 LA VERVE DEL ROSSO DI VALTELLINA 
🍷 Dirupi - Rosso di Valtellina “Olé!” 2016 

📖 DUE IPOTESI OPPOSTE DI VALTELLINA SUPERIORE 
🍷 Boffalora - Valtellina Superiore “Pietrisco” 2015 
🍷 Alberto Marsetti - Valtellina Superiore “Le Prudenze” 2009 

📖 DALLA GRAZIA ALL’INFERNO 
🍷 Barbacàn - Valtellina Superiore Valgella “Söl” 2015 
🍷 Giorgio Giannatti - Valtellina Superiore Grumello 2007 
🍷 Aldo Rainoldi - Valtellina Superiore Riserva Inferno 2000 

📖 VARIAZIONI SUL TEMA DELLA SASSELLA 
🍷 Coop. Agr. Triasso e Sassella - Valtellina Superiore Sassella “Sassi Solivi” 2015 
🍷 Terrazzi Alti - Valtellina Superiore “Terrazzi Alti” 2015 
🍷 Alfio Mozzi - Valtellina Superiore Sassella “Grisone” 2014 
🍷 Walter Menegola - Valtellina Superiore Sassella “Rupestre” 2012 
🍷 Ar.Pe.Pe. - Valtellina Superiore Sassella “Rocce Rosse” 2007 

📖 I MIGLIORI TRE SFORZATO DI VALTELLINA 
🍷 Mamate Prevostini - Sforzato di Valtellina “Albareda” 2013 
🍷 La Perla Marco Triacca - Sforzato di Valtellina “Quattro Soli” 2011 
🍷 Sandro Fay - Sforzato di Valtellina “Ronco del Picchio” 2005

Grazie a Francesco, per la conduzione della serata, e ai ragazzi e ragazze dell'ONAV per averlo organizzato e aver gestito un servizio così impegnativo. Con loro, si sta sempre bene.