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sabato 17 marzo 2018

🍷 Giuseppe Rinaldi - Barbera d'Alba 2016

🍇 100% Barbera - 14%


Uno alla volta li ho sentiti tutti, dal Nebbiolo, al Ruchè, Freisa e Dolcetto, per ultima la Barbera...

Sono stupito, di come si possa infondere vitalità, energia, nervosismo con pari intensità in vini che hanno origini così diverse.

Mi chiedo, come una persona sia capace di raccogliere in un calice così tanta freschezza nei profumi e negli aromi, come la struttura e la forza alcolica possano essere domate, trasformandole in bevibilità e desiderio.


Al naso è vinoso, offre subito fragola e marasca, con appena un soffio di terra asciutta e fiori, che dalla rosa, cambiano colore minuto dopo minuto, passando dal rosso vellutato al giallo solare.

Succo che scorre vivace sul palato, jodato e lieve nella progressione materica, tutta ciliegia e arancia di fine stagione, con una vibrazione di pepe, ad aggiungere solletico all'allungo finale.



🍷 Weingut Kobler - AA Gewürztraminer "Feld" 2014

🍇 100% Gewürztraminer - 14.5%


Adoro il Gewürztraminer, adoro come faccia andare in corto circuito i miei sensi, creando profumi e aromi, che nessun altro vitigno del mondo potrà mai proporre.

Il 2014 di Armin è una meraviglia, ora come quando lo sentii la prima volta, due estati or sono!

Ad un inizio piccante di sensazioni fumé, aggiunge aghi di pino, cedro candito e la frutta tropicale matura, che accarezza profondamente le narici.

Un sorso che si offre solo apparentemente dolce, poi la morbidezza si stempera in un lago di menta e sale con un tocco glaciale che sembra rivendicare l'estate fredda di questa annata dai risultati straordinari.



Sembra nato per il Comté di Roberto Guermandi 😋

🍷 Weingut Haderburg - Südtirol Sekt Pas Dosè 2011 (sb. 02/2016)

🍇 85% Ch, 15% PN - 12.5%


Il calice mi porta respiri tostati e di agrumi freschi, nocciola, limone in frutto e in fiori, sensazioni burrose che rincorrono ricordi di erba appena scalciata.

Ha una sua finezza, speziata e appena opulenta.

In bocca entra largo, salato, con aromi sulfurei e una pungenza ben centrale, c'è il richiamo di citronella e un'idea marina come contorno.

Manca appena di freschezza, per questo fatica a portare il proprio volume. L'austerità dei profumi mi piace, avrei voluto un po' più di gioia nel sorso.



mercoledì 14 marzo 2018

Armando Castagno e la Borgogna: Côte de Beaune - Pommard e Volnay 12/03/2018

A volte i cerchi si chiudono... nel 2011, quando ancora Bibenda era una rivista proposta sul libero mercato, come tale necessariamente seria e interessante, avevo letto un bellissimo racconto sull'atmosfera fuori dal tempo di Volnay. In quel momento e per tanti anni a seguire, non ho mai pensato di poter chiedere una dedica proprio all'autore di quell'articolo, il relatore della serata, Armando Castagno. 


L'ho voluta soprattutto perché contiene una di quelle frasi semplice e illuminanti, capaci in poche parole di descrivere in pieno l'essenza di un territorio... “Volnay è l'ultimo avamposto meridionale del Pinot Noir di vera grandezza”. Per certi versi malinconica, ma estremamente vera, un confine netto, una soglia da valicare o da cui tenersi lontani...

Subito prima, scendendo da Nord nel nostro immaginario viaggio in Côte de Beaune, troviamo Pommard, con la sua fama consolidata nei secoli di vini intensamente colorati, potenti, ferrosi, tannici “per quanto lo possa essere un Pinot”. 

Semplificazione forte e paradossalmente vera principalmente nella parte Sud, dove i terreni in effetti sono rossi, ricchi di ossidi di ferro. Trova invece smentite nella grazia che i produttori più ispirati riescono a far emergere a Nord negli Epenots o nelle finezza che la quota può ricamare nel sovrastante Pezerolles, per non parlare della scheletricità fredda dei vigneti incassati nella Grande Combe.

Al contrario, la decantata finezza e leggiadria di Volnay, con solide radici nella geologia dei suoi vigneti di mezza costa del tutta identica a quella della Côte de Nuits, può invece trasformarsi in una vera e propria “rabbia minerale” come quella emersa nell'assaggio del magnifico Taillepieds di De Montille.

Forse un'eccezione, anche se indimenticabile e di notevole intensità, perché effettivamente la progressione di bocca degli altri Volnay ha rivelato una gradualità entusiasmante. Era quasi scontato che lasciassi proprio lì il mio cuore e così è stato, con una piccola deviazione per l'incantevole leggiadria del Pommard di Vaudoisey-Creusefond.


Andando per ordine, ha aperto la degustazione il 🍷 Bourgogne 2014 di De Courcel, dal naso straordinariamente variegato. Colore trasparente, vivacemente sfumato in porpora, in questo allineato al frutto fresco, mirtilloso, con frazioni di ciliegia, peonia e richiami di caramella alle spezie. Asciutto in bocca, con un tannino di personalità e modi piuttosto diretti, finale giustamente non lunghissimo ed appena affumicato.

Armando ce lo racconta come uno dei migliori Bourgogne in assoluto, e davvero avrebbe anche potuto creare qualche problema di confronto ad un vino di potenziale maggior blasone servito appena dopo, se non fosse che, come successivo, ha trovato un piccolo gioiello.

Perfetta definizione rubino, come sfumatura e in luce, per il 🍷 Pommard 1er cru Les Epenots 2015 di Vaudoisey-Creusefond. Profumi che spaziano dal piccolo frutto rosso selvatico, alla rosa rossa, alla violetta di campo, agrume arancione, forse persino giallo, che regala freschezza, un sospiro di fumo che è pura eleganza. 

Sorso succoso, tannino ben levigato, si allarga con aromi appena più scuri per poi definire una sensazione minerale di pietra bianca dalla dimensione gessosa. Vino incantevole, non di forza ma di grazia, espressivo, aperto, solare, da compagnia, me ne sarei volentieri portato a casa due dita da godermi in giorno dopo, in beata solitudine.

È subito un contrasto con la timidezza del 🍷 Pommard 1er cru Les Pezerolles 2014 di Ballot-Millot, più concentrato cromaticamente, ma meno concessivo nei profumi. A poco a poco fanno capolino spezie dolci, poi agrumi, tostature delicate, iris e infine cresce il frutto, si porta in primo piano, accompagnato da resine e ginger.

Sorso crudo, la mineralità espressa in ambizioni ferrose, il tannino deciso senza tuttavia diventare così invadente, definiscono un vino dall'anima fredda, dettata probabilmente dalla quota del vigneto e amplificata dall'andamento stagionale. 

Concretizzazione perfetta dell'immagine del suo finage per il 🍷 Pommard 1er cru Les Rugiens Bas 2015 di Billard-Gonnet, rubino concentrato dalla corona tuttavia ancora porpora. Naso intensamente minerale di ruggine e grafite, trova alleati nei ricordi di tamarindo e persino un attimo di gentilezza nel soffio di fiori rosa.

Buonissimo in bocca, denso ed volendo esagerare “masticabile”, in ogni caso estremamente ricco di aromi, sottilmente piccante di pepe, con un frutto dai mille colori che partendo dal mirtillo, passa all'arancio, per definirsi infine nella fragolina di bosco. Tannino potente, ma così ricamato che non lo si avverte fintanto che il liquido rimane nel cavo orale, te ne accorgi solo alla fine, quando lo senti tirare intensamente su palato e gengive.

Annunciato come un vino praticamente “di bocca”, ha regalato tanto di più... da vero Grand Cru in pectore.

Dopo 4 Pommard, cambiamo comune concedendoci un village di altissima classe, il 🍷 Volnay 2014 di Comte Armand, fitto di materia e finalmente con qualche riflesso già sul granato. Profumi eleganti di fiori appassiti con un tocco delicatamente minerale, corteccia, foglia di agrumi, evolverà su cera ed espressioni balsamiche. Sorso nervoso, croccante, dinamico, con un piacevole sviluppo tattile che stringe il centro bocca, lasciando le zone esterne ben asciugate.

Da un vigneto minuscolo in monopole nella parte Nord, quasi incassato nel tessuto urbano della piccola cittadina, il 🍷 Volnay 1er cru Clos de la Cave des Ducs 2014 di Benjamin Leroux. Si offre con una bella densità di sfumatura granato, esordio elegante, composto, riccamente floreale, un soffio di amarena, il contributo in dolcezza di cacao e tabacco.

Il sorso è l'esempio lampante di tutta la delicatezza di tocco che nei secoli ha accompagnato i Volnay, una progressione che avanza in punta di piedi, rapisce e incanta arrivando persino ad ingannare i sensi. Proprio la magia di questa gradualità tattile quasi distoglie l'attenzione sull'aromaticità ricamata in piccoli frutti maturi e rossi, dalla sottile vena minerale dello stesso colore, lunga e insinuante. 

Vino saporitissimo, ma al primo sorso quasi non ci fai caso, rimarrà una delle bocche più esaltante di tutta la serata...


Attesissimo il 🍷 Volnay 1er cru Taillepieds 2014 di De Montille, leggendario e immortalato nella sequenze di Mondovino con l'intervista dello scomparso Hubert e dei suoi figli. Zona Sud del comune, il suolo cambia parecchio, la piastra di calcare giurassico è appena sotto ad un palmo di terreno. Il colore allora è più chiaro, luminosissimo, c'è già la sensazione di aver aperto una bottiglia che andava attesa almeno altri 5 anni.

Il naso viene accolto da una dolcezza fruttata, richiami muschiati e balsamici con menta, succo di mirtillo ed erbe aromatiche. In bocca scatena una “rabbia minerale” che per un attimo toglie il fiato prima di conquistarti definitivamente con espressioni ematiche dalla freschezza cruda, da un agrume che si spinge quasi a colorarsi in giallo.

L'esasperazione degli spigoli manifesta la grandezza che arriverà in futuro, riporta alla mente il dialogo fra Alexis e il padre sull'evoluzione proprio di questi vini... avevo pensato ad un lustro, ma forse sono stato ottimista, andrà molto più avanti.

Ultimo assaggio per il 🍷 Volnay 1er cru Clos des Chênes 2013 della piccola maison de negoce Domaine Roche de Bellene. Meraviglioso già nell'aspetto con un rubino che si fa ben volentieri attraversare dalla luce restituendola amplificata. Naso ampio, intossicante di spezie e piccoli frutti scuri, sanguinella, cenere, fumi essenziali, infine salinità ferrosa e iodata. 

Altra bocca pazzesca, con un inizio che per un attimo indugia sulla densità, per poi far scattare una esaltante rincorsa di sensazioni tattili, calcaree, accompagnate da aromi rinfrescanti di ciliegia selvatica. Finale grandioso su ribes e ferro... ma sono tutte descrizioni fotografate di un preciso attimo, perché il vino cambia, scorre, offre cose nuove alla velocità che i sensi non riescono a catturare. Inafferrabile...


Questa volta vini indimenticabili ce ne sono stati parecchi, le poche gocce rimaste nei bicchieri dimostra il gradimento generale e gli affetti speciali che sono nati. Di seguito la sequenza dei vini che abbiamo assaggiato, in questa grande serata.

🍷 Bourgogne Pinot Noir 2014, De Courcel

🍷 Pommard 1er cru Les Epenots 2015, Vaudoisey-Creusefond

🍷 Pommard 1er cru Les Pezerolles 2014, Ballot-Millot

🍷 Pommard 1er cru Les Rugiens Bas 2015, Billard-Gonnet

🍷 Volnay 2014, Comte Armand

🍷 Volnay 1er cru Clos de la Cave des Ducs 2014, Benjamin Leroux

🍷 Volnay 1er cru Taillepieds 2014, De Montille

🍷 Volnay 1er cru Clos des Chênes 2013, Domaine Roche de Bellene

venerdì 9 marzo 2018

I vini della Cantina Argiolas al "Il 25" di Carpi (2018/02/21)


Negli ultimi mesi sto bevendo molti più rossi di quanto non sia mia abitudine, soprattutto ho voglia di assaggiare cose diverse, magari anche per trovare conferme o smentite a certi miei pregiudizi.


Le cene con il produttore a "il 25" di Carpi mi piacciono un sacco, per l'occasione, l'atmosfera che si respira appena varcato il voltone dell'antico palazzo, il tavolo apparecchiato con cura solo per noi, la cucina di Pier, le persone che si incontrano dai visi spesso diversi.

Devo ammettere con onestà di non aver mai assaggiato un vino di Argiolas prima di questa serata, forse per il mio spirito un po' snob verso certi territori e determinate cantine. Probabilmente non mi sarebbe nemmeno venuta voglia di farlo se non ci fosse stata, proprio lì a Carpi, questa occasione.

Sono sempre il primo ad arrivare, mi ha accolto Elia Onnis, responsabile commerciale della cantina e ormai parte della famiglia Argiolas, avevo spostato una delle nipoti dello scomparso patriarca Antonio. Giovane, sempre con il sorriso, felice di raccontare il lavoro di 3 generazioni di uomini e donne della Sardegna. Il suo accento e la cadenza ritmica delle parole, sono fantastici.

Ha un tono di voce come se stesse parlando ad un amico, con un calice in mano e davanti ad un bel piatto, che anche lui sia una buona forchetta si nota immediatamente. Ci ha raccontato dei vini mano a mano che questi sono stati serviti, descrivendo l'idea da cui sono nati, più che soffermarsi su mille dettagli tecnici. E' stato giusto così!


Le due versioni di Vermentino, 🍷 Merì e 🍷 Costamolino, sono entrambe piene, calde, dolci nei profumi di mela golden, limoncello, mandorla e frutta tropicale. Larghe nel sorso, avvolgenti, dalla progressione salina che apre ad un finale appena amarognolo. Più minerale e rifinito il secondo, ma di un nonnulla.

Densità di colore scintillante per 🍷 l'Iselis Bianco, da uve Nasco in purezza vinificate senza residuo zuccherino, o quasi. Naso inconsueto, suadentemente speziato, intriso di bergamotto e ricordi di roccia bianca. Avvolgente, morbido, con un ingresso di bocca in dolcezza e chiusura su tostature nocciolate. Trova ancor più serenità con la temperatura che si alza, aggiungendo aromi di libro antico e caramella d'orzo. Gran abbinamento con i Ravioli di Zucca.

Come apripista per l'atteso principe della serata, 🍷 l'Iselis Rosso, da Monica in purezza. L'ho sentito come mio già dal primo sguardo, per la meravigliosa trasparenza, per il colore pulsante di luce. Rigoroso nei profumi, con un frutto che non ha nulla di sfacciato, fragola e amarena ben a fuoco, il floreale intenso, una sensazione gessosa, macchia mediterranea con mirto e terra riscaldata dal sole. Sorso senza spigoli, dal tocco leggero, saporito, magari non lunghissimo, ma che lascia una bocca pulita e pronta.


Infine lui... il 🍷 Turriga, il genio di Tachis applicato a Cannonau, Bovale, Malvasia e Carignano, le uve della tradizione Sarda. Per un attimo il discorso è andato sulle possibili origini dei vitigni, abbiamo tuttavia concluso che poco importa da dove vengano, quello che conta davvero è come si esprimono in un certo luogo. Prima annata 1988 uscita nel 1992, in etichetta una “madre mediterranea”, statua simbolo di fertilità trovata in un campo della zona, il nome invece viene dalla località dove si trovano i vigneti.

Un'ampiezza olfattiva posata, dall'eleganza internazionale, certamente chi lo ha pensato aveva in mente Bordeaux e in questo calice trovo molto di quell'angolo di Francia. Piccoli frutti rossi maturi, incenso, cenere, rosa appassita, qualche delicata sfumatura erbacea. Bocca dall'equilibrio nobile, intensità di ciliegia fresca, rosmarino e alloro, allungo minerale perentorio come si conviene ad un grande rosso, texture magnifica, una gradualità di sensazioni tattile che trasporta.

Saluto in dolcezza con l'Angialis, da uve Nasco stramature come da tradizione, per secoli vino dell'accoglienza in Sardegna. Miele, zenzero, meringa nei profumi, caramello, salinità da acqua di mare come ultimo regalo aromatico al gusto, abbinato al Pecorino stava veramente bene.

Piatti dello Chef Pier che ancora una volta mi fanno scoprire nuove attitudini e sapori.


Ed ecco lo 🍴 “Scarpasòun”, per intenderci un erbazzone “nudo”, fatto in padella senza la pasta sfoglia, ma ugualmente ricco e grufolante di aglio, parmigiano e lardo. Particolarmente leggera e fresca la 🍴 “Tartare di Tonno con erbette” e di nuovo una sorpresa con il 🍴 “Baccalà mantecato con chips di polenta”, piaciuto tantissimo, il croccante e il morbido che si uniscono, nei sapori invece giocano dolcezza, gusto e un punto di sapidità.

Non previsti dal menù che avevo sbirciato ad inizio serata un piccolo tegamino con dentro un assaggio di 🍴 “Tortelli di Zucca con burro e parmigiano” fra i migliori mangiati in questi anni di esplorazione per questa specialità del territorio. Bravo Pier, porca miseria ! Ha pure passato la prova del taglio del tortello.


Ad accompagnare il Turriga le 🍴 “Polpette al sugo con purè di patate”, anche queste proprio buone, sode fuori e morbide all'interno, belle grosse e dolci, con una generosa speziatura nell'impasto. Saranno cose semplice, ma appunto perché son semplici se ti colpiscono devono essere proprio super.


Per finire il dessert, dopo aver terminato il saporito 🍴 Pecorino in versione nature, mi sono finito a parte il miele, prima con i 🍴 biscottini, e poi intingendo il dito e piluccandolo. Mi andava così, la sua dolcezza e quella del Nasco, mi aveva fatto tornare voglie da bambino.

Di seguito la lista dei vini proposti durante la serata

🍷 Vermentino di Sardegna Doc “Merì” 2017
🍷 Vermentino di Sardegna Doc “Costamolino” 2017
🍷 Nasco di Cagliari Doc “Iselis” 2016
🍷 Monica di Sardegna Superiore Doc “Iselis” 2015
🍷 Isola dei Nuraghi Igt “Turriga” 2010
🍷 Isola dei Nuraghi Igt “Angialis” 2013

🍷 Emidio Pepe - Montepulciano d'Abruzzo 2009

100% Montepulciano - 13%


Non era una bottiglia felice 3 anni or sono, quando ne sentii la gemella per la prima volta. Già sabato scorso aveva dissipato parte delle sue nubi, pur conservando molti dei toni foschi che ricordavo.

A distanza di giorni rimangono tratti rugginosi, sulfurei, sensazioni erbacee, ma ha preso coraggio anche il frutto, dolce, bluastro, dalla freschezza speziata in parte medicinale.

In bocca ha densità, larghezza, vellutata dolcezza, prima di indugiare appena su una cuspide finale di mineralità amara.



A volte l'estrema naturalità pretende in suo prezzo, senza tuttavia sfociare mai nella bevuta banale.

giovedì 8 marzo 2018

🍷 Domaine Etienne & Sébastien Riffault - Sancerre "Les Quaterons" 2013

🍇 100% Sauvignon - 13%


Non ha la vista opalescente dello Skeveldra, e nemmeno quelle sensazioni così inconsuete di spezie orientali.

Però il colore è denso, dorato, ipnotico, nei profumi offre un idrocarburo sfacciato, tanta dolcezza di litchi, poi miele, zagara, le sensazioni salmastre della botrytis.

Nessun trama erbacea, nemmeno sottile, tanta maturità e un sottofondo di sospiri affumicati.

In bocca la mineralità si fa quasi dolorosa per come asciuga il palato in un'intensa sensazione gessosa.

Non c'è morbidezza, pura densità verticale, ogni elemento concorre a mettere in tensione i sensi, con un labile ristoro nel primo sorso agrumato.


Fascino, a cui si può e si deve soccombere, punto di non ritorno...

domenica 4 marzo 2018

Armando Castagno e la Borgogna: Côte de Beaune - Beaune e dintorni 26/02/2018

Finalmente... mesi di attesa, l'aver scioccamente saltato il primo ciclo di 4 serate sulla Côte de Nuits, ci si è messo pure la coda dell'inverno con una nevicata che ci ha costretto a mezz'ora di ritardo, ma infine ci siamo.


Beaune e dintorni... protagonista dichiarata la “capitale” della Côte d'Or, ma prima, scendendo con ordine da Nord verso Sud, un passaggio per Chorey-lès-Beaune, denominazione quasi totalmente ad Est della D974, vigneti salvati da un destino come campi di patate dal materiale nobile trasportato nei secoli dalle piene del Rhoin.

Non che la classificazione salga oltre il rango di village, ma almeno il nome del paese può essere sfoggiato in etichetta. Maggioranza di vini rossi, golosi e fragranti, da bere senza troppi pensieri non scevri di una certa personalità.

Un vero rompicapo invece Savigny, incassata dentro alla combe de Fontaine Froide, così larga da garantire una esposizione sufficiente anche ai vigneti posti al suo interno. Altezze che spaziano dai 200 metri nei pressi del fiume, fino a quasi 400, orientazioni che nelle posizioni più estreme devono volgere a pieno Sud per garantire la piena maturazione.

Con questi presupposti arrivare a definire “il Savigny” diventa un vero problema, fra destra e sinistra fiume, alto e basso, per non parlare di quello che c'è sotto la superficie, l'unico modo è indagare climat per climat.

Infine Beaune, città del potere nella Côte d'Or, per il numero spropositatamente alto di abitanti rispetto agli altri comuni, perché sede storica dei maggiori negociant. Gli effetti si vedono subito osservando la cartina del finage, con una fascia enorme di 1er Cru, qualche sporadica spruzzata village, persino una AOC varata ad hoc per disporre di vigneti anche in posizioni inconsuetamente alte.

La fame di “uve” dal buon blasone, senza tuttavia esagerare, ha portato al già esasperato assetto attuale, pretendere persino il riconoscimento di qualche Grand Cru avrebbe trascinato la cosa nel ridicolo. Per curiosità ho controllato la classificazione del 1861, ed era già tutto così...

Anche inquadrare il tipico vino di Beaune non è cosa facile, Armando ci ha detto “profondo, scuro, tannico per quanto può esserlo il Pinot, anche vellutato e generoso nelle espressioni migliori”. Sicuramente una classificazione così “democristiana” non aiuta, con questi enormi climat che dal basso all'alto passando dal piatto a pendenze importanti.

Anticipando le sensazioni avute durante gli assaggi la mia impressione è che in questi Borgogna conti molto di più la mano del vignaiolo che non il vigneto, forse proprio per via di un terroir non così forte come in altri comuni, dove la selezione è stata più ragionata e meno guidata.


Venendo ai vini... potrei dire “buoni, un paio molto buoni, ma nessuno indimenticabile”, se non altro, da quelle parti, ci si salva con la spesa ancora ragionevole.

Degustazione iniziata con il 🍷 Bourgogne-Notre Dame de Bonne Espérance 2016 di Dubreuil-Fontaine, fruttosone, speziato, dalla natura erbacea e un tannino di tutto rispetto. L'argilla gli ha dato sostanza e negato un maggior dettaglio aromatico, bevuta simpatica, ma passante, infatti mi sono pure scordato di fotografarlo (grazie Elisa 😉).

Anche Chorey ha avuto il suo momento di gloria con il 🍷 Chorey-lès-Beaune 2015 di Tollot-Beaut. Una bella esplosione floreale dalla freschezza di rosa, resina, jodio e alloro, che nel tempo virerà su colori ancora più solari. In bocca un tannino nervoso, che rende succosa l'espressione aromatica esaltando una sottile vena salina, saporita di piccole bacche rosse.

Mi é piaciuta la natura esile, essenziale, del successivo 🍷 Savigny-lès-Beaune 1er cru Les Lavières 2014 di Chaterine & Claude Maréchal, vinificato senza aggiunta di solfiti e una filosofia totalmente non interventista. Sapidissimo nel finale, dove si avverte anche un certo calore, nei profumi aveva rivelato sentori di sottobosco, muschio, geranio, senza negarsi una mineralità ferrosa e di grafite che l'assaggio conferma in pieno aggiungendo aghi di pino e incenso. Magari non così aperto e variegato, ma con un bell'allungo.

Sfaccettature che invece non mancavano nel 🍷 Savigny-lès-Beaune 1er cru Les Marconnets 2014 di Simon Bize, che ha offerto forse il naso più affascinante di tutta la serata. Rubino scuro, si presenta senza troppi indugi su arancio e tamarindo, un'espressione del Pinot Noir che mi piace sempre, seguiti da ruggine, cenere, sottili venature erbacee, decisa salinità. Molto bella la progressione di bocca, che partendo ancora dagli agrumi, dapprima sottile, cresce nettamente in freschezza, per arrivare ad un finale piccante di fragola e melograno. Sottile ma deciso, inquieto nel sorso, uno di quei vini che non hanno nessuna intenzione di stare fermi, da inseguire senza alcuna speranza di raggiungerli... puro fascino.

Al quinto calice, il 🍷 Beaune 1er cru Les Bressandes 2014 del Domaine des Croix, “finalmente” appare la tanto attesa violetta, appena sbocciata, ancora bagnata dalla rugiada del mattino. Un insieme vellutato, dolce, con anche un'idea di sottobosco per altro asciutto e un filo di balsamicità. Bocca rigorosa, dalle sensazioni magistrali, succo di bacche rosse ai lati con al centro una concentrazione minerale che asciuga in un tocco leggero. Finale dagli aromi aranciati, si appoggia ai sensi con una fermezza delicata.

Altro “finalmente” accoglie il sesto assaggio, in questo caso per la sfumatura granato del 🍷 Beaune 1er cru Coucherias 2013 di Pierre Labet. Intensamente speziato di cannella, ribes, un meraviglioso ricordo di mirto e terra rossa scaldata dal sole, a cui si aggiungono cipria e sensazioni ematiche. Sorso inizialmente crudo, si trasforma poco a poco trovando morbidezza e tocco vellutato. Rimane una grande freschezza dal soffio quasi glaciale, finale di resina e mineralità metallica. Un Beaune bipolare, e non lo considero per nulla un difetto, anzi, proprio per questo, fino a quel punto della sequenza la miglior bocca sentita, tuttavia...

Il mio vino della serata é stato quello servito come numero sette, l'unico che cercherò per averlo in cantina, il 🍷 Beaune 1er cru Toussaints 2013 di Albert Morot. Rubino scintillante di luce in cui si notano piccole particelle in sospensione, un inizio austero, di spezie, cumino, sensazioni tostate, roccia grigia resa polvere, seguite da sanguinella, menta e pungenti erbe aromatiche. L'agrume è il suo registro di bocca, decisamente e inaspettatamente giallo, con un tannino praticamente trasparente e un magnifico finale di fiori dolci e fragranti, lavanda e succo di melograno. Palpita mentre scorre sulla lingua, chiudendo gli occhi lo posso immaginare quasi come un vino bianco, caratteristica preziosa, unica, che voglio di nuovo sentire.

Ultimo vino, il più atteso, quello con più anni sulle spalle, il 🍷 Beaune 1er cru Clos des Ursules 2009 di Louis Jadot, vigneto di proprietà cinto da mura all'interno del climat Vigne Franches. Monopole da secoli, la frase “seul propriétaire” è giustamente e orgogliosamente ostentata in etichetta. Colore profondo e austero, negli appunti rileggo il commento “da Nebbiolo”, naso che mi è parso piuttosto ingessato, con profumi terrosi, tartufati, di foglie e fiori essiccati, accompagnati da un ricordo di metallo surriscaldato. Posato nel sorso, senza spigoli, una spina dorsale salina, bagna le labbra con un'idea da acqua di mare, per un attimo cerca l'allungo ma poi si trattiene, rimane compatto su tannini dolci e levigati. Certamente un buon bicchiere, rimarrà così forse per anni senza cedere ma nemmeno impreziosirsi, tuttavia, se cercassi un vino con un simile approccio, non mi verrebbe in mente di rivolgermi alla Borgogna, che per me è altro...


Una gran bella serata, Armando tiene proprio bene la sala, ma non sono certo io a scoprirlo stasera. Per i vini ho la sensazione e la ferma speranza che il meglio debba ancora venire nei prossimi incontri.

Di seguito la lista delle bottiglie in degustazione:

🍷 Dubreuil-Fontaine - Bourgogne-Notre Dame de Bonne Espérance 2016

🍷 Tollot-Beaut - Chorey-lès-Beaune 2015

🍷 Chaterine & Claude Maréchal - Savigny-lès-Beaune 1er cru Les Lavières 2014

🍷 Simon Bize - Savigny-lès-Beaune 1er cru Les Marconnets 2014

🍷 Domaine des Croix - Beaune 1er cru Les Bressandes 2014

🍷 Pierre Labet - Beaune 1er cru Coucherias 2013

🍷 Albert Morot - Beaune 1er cru Toussaints 2013

🍷 Louis Jadot - Beaune 1er cru Clos des Ursules 2009