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domenica 11 novembre 2018

La Cantina del Mese: Tasca d'Almerita (Il 25 - Carpi 06/11/2018)


Gli affetti rimangono, proprio perché sono affetti, puoi stare lontano per giorni, mesi, anni, poi quando li ritrovi, come se non fosse passato nemmeno un minuto, tutto ricomincia.


Il 🍷 Nozze d'Oro di Tasca d'Almerita è stato il primo “grande bianco” che abbia mai assaggiato, ancora sui banchi di scuola, presentato e descritto a lezione da Donato, un grande maestro di allora. Sono andato a recuperare i vecchi quaderni dei corsi, era la vendemmia 2004, lo ritrovo molto in quella degustazione, un 2016 anche più snello, con maggiore profondità.


Lo sono poi andato a cercare in enoteca, l'ho suggerito agli amici, anche l'anno scorso proprio ad Antonella per il suo viaggio in Sicilia, mi è rimasto nel cuore, complice la romantica storia che l'avvolge, cose che solo nell'atmosfera senza tempo di quella regione possono accadere.

Era il 1984 quando, per festeggiare i 50 anni di matrimonio, il Conte Giuseppe Tasca decise di dedicare alla ricorrenza una nuova bottiglia, unione fra la sua anima profondamente Siciliana alla visione concreta e internazionale della compagna di una vita, la baronessa donna Franca Cammarata. Caratteri diversi riflessi nella freschezza nervosa del Sauvignon varietà Tasca che trova complicità e chiusura del cerchio nella languida dolcezza dell'Inzolia.

Devo confessare che a questa serata dedicata alla Cantina del Mese al “25” di Carpi, ospite ancora una volta di Salvatore e Chef Pier, sono andato quasi solo per assaggiarlo ancora una volta, di fatto a mettere alla prova un amore passato.

Come una sfida all'evoluzione nel tempo e del gusto, indifferente a tutto ciò, il Nozze d'Oro era lì ad aspettarmi già bellissimo nell'aspetto, la luce del sole riflessa sull'orizzonte del mare al mattino, nobile e misurato nei profumi, dolci e bianchi di zagara, delicatamente aromatici, fruttati di mela Golden con delicate sfumature verdi di mandarino.

In bocca, al primo sorso, mi ha riportato indietro nel tempo rinnovando un feeling antico di anni, superando di un lampo un percorso costellato da migliaia di assaggi... semplicemente buonissimo, di una texture finemente ricamata su una freschezza serena e saporita di arancio, dalla progressione che asciuga delicatamente il palato. Equilibrio e fusione di anime opposte, un abbraccio dalla cordialità sincera ma ferma, il finale è tropicale, letteralmente uno sbocciare di fiori.


A raccontare l'azienda Corrado Maurigi, nel mondo Tasca da ormai 16 anni, prima come uomo di vigna, ora export manager per il Regno Unito, passando per la gestione in prima persona della proprietà a Salina, cuore verde delle isole Eolie.

Ha parlato del suo lavoro animato da una vera passione, ripercorrendo con sentimento e trasporto la storia di una famiglia a cui sente di appartenere, generoso in quella gestualità tipicamente Italiana, caldo nel racconto come la sua terra, sicuramente non indifferente all'atmosfera informale della Vineria, dove si può parlare di vino senza che nessuno salga in cattedra.


Con una punta di meritato orgoglio ha approfondito il suo contributo personale ai vini di Tasca d'Almerita durante l'assaggio della 🍷 Malvasia 2017 proprio di Tenuta Capofaro. Un esercizio di bilanciamento perfettamente riuscito, dove la dolcezza si pone di lato per lasciare spazio a un sorso dalla salinità di acqua di mare, guizzo di albicocca dai contorni fumé, snello e agile nella bagnare la bocca, capace di regalare un ultimo saluto dagli aromi di zenzero.

Eleganza ricercata in profumi per nulla ostentati, cui piuttosto è d'obbligo dedicare un attimo in più di attenzione perché sono in tutto e per tutto Sicilia, dai fiori d'arancio ai dolci di mandorla, nel sole e nel vento, insaporiti da anice e fieno appena tagliato. Un'anima da splendido aperitivo, che ha infatti avuto bisogno di qualche secondo prima di trovar sintonia con il goloso dessert preparato da Pier, ricco e barocco nella cremosità e nel frutto.


In apertura della serata qualche calice di 🍷 Almerita Brut 2015 dal colore intenso e sfumatamente dorato, profumi nocciolati e di nettarina, raggiunge comunque equilibrio e nel complesso persino una certa leggerezza. Ben a suo agio con il buffet di salumi, ragusano, caponata e panelle, ha placato la sete maturata in una lunga giornata.

Primo vino ad essere servito accomodati alla tavola il 🍷 Mozia Grillo 2017, dal vigneto della Fondazione Whitaker che l'azienda ha in custodia. Quasi esprime una vena aromatica, elegante di fiori e dalla dolcezza leggera di miele d'acacia. In bocca solo per un attimo freschezza e salinità, prima di sprigionare tutta la suadenza del vitigno e dell'estate Mediterranea, minerale e iodato il commiato finale.

Dalla Vigna San Francesco di Tenuta Regaleali due espressioni da vitigni internazionali, introdotti dal Conte Lucio quasi di nascosto nel mondo Tasca, fino alla penultima generazione della sua storia lunga quasi 200 anni dedicata per volontà patriarcale esclusivamente agli autoctoni.

Lo 🍷 Chardonnay Vigna San Francesco 2016 ne occupa una parte più bassa, sui 500m di altezza, è pieno nell'aspetto, con ricordi floreali e burrosi, senza che il legno che l'ha custodito ne sia il protagonista. Il sorso è rotondo, ampio senza essere eccessivo, tuttavia la salinità amaricante un po' lo trattiene, altro calice sicuramente rifinito che tuttavia cede nel confronto di personalità rispetto agli altri assaggi della serata.


La confortante 🍴 Guancia brasata con puré di patate è stata accompagnata “di giustezza” da un bel rosso, il 🍷 Cabernet Sauvignon Vigna San Francesco 2015. Pazzesco nel colore rubino acceso e profondo, vanigliato nella presenza ma con sotto un frutto che si anima alternandosi fra ciliegia e arancia rossa, senza neppure negarsi un soffio di menta.

In bocca ha un'impressione dolce, appena accalorata, con aromi di cioccolato e una rifinitura così levigata quasi a non avvertirne il tannino, non può certo nascondere la ricchezza materica mentre percorre il palato, tuttavia la sensazione tattile è indiscutibilmente bella, e allora anche all'austerità del cabernet spunta un sorriso.

Non è semplice mettere alla prova i passi che sono stati tappe importanti lungo un cammino di crescita, mi sono allora avvicinato a questa serata anche con un certo timore, mi sarebbe dispiaciuto trovare proprio il Nozze d'Oro lontano dai miei orizzonti.

Ancora una volta invece i calici dimostrano di poter stupire, restituendo ben più piacere di quello che ci si aspetterebbe da loro, non solo in questo vino ma anche negli altri assaggi, con sempre il distinguo di avere poi la volontà di accomodarli nella propria cantina, ma il dovuto rispetto se lo sono guadagnato.

La spontaneità di Corrado ha contributo a portare il calore e l'accoglienza della Sicilia nella sala degustazione del “25”, ne è uscita un'altra bellissima serata, piaciuta a me, ormai perso senza speranza nel mondo del vino, ma anche a tanti che erano lì principalmente per godersi una cena in compagnia. Crescita e convivialità, proprio per questo amo la serenità di questi impagabili incontri.


sabato 10 novembre 2018

🍷 Köfererhof – AA Pinot Grigio 2015


🍇 100% Pinot Grigio - 13.5 %




Quando assaggio un Pinot Grigio mi piace sempre cercare la presenza del frutto rosso.

In questo calice lo ritrovo nel finale di bocca, dove tira fuori un bel sapore di arancia Navel, lì a divertirsi insieme a ricordi di albicocca ben matura e nocciola. Un po' di volume all'inizio del sorso è il preambolo ad una spina dorsale di mineralità che lo snellisce e lo assottiglia, lasciando un tocco delicato di sali dolci.

Il naso invece era più giocato su un profilo di roccia scaldata dal sole, pompelmo rosa e menta, delicato e giovane, un bel risultato in un'annata inondata di luce come la 2015.






sabato 3 novembre 2018

🍷 Sebastian Stocker – VdT Bianco Weibliche Blüte 2014


🍇 100% Weiss Terlaner – 12%




Che cosa hanno in comune queste due bottiglie? Non certo colore e vitigno, perché il primo è un Pinot Noir di Borgogna e il secondo un originale Weiss Terlaner dell'Alto Adige. Li distanzia sicuramente il prezzo, con euro in tripla cifra per il borgognone che scendono a poco più di una decina per l'altro.

Magari la fama del loro autore, con la dovuta scala, potrebbe essere considerata prossima, Henri Frédéric Roch pioniere della biodinamica, attuale co-reggente del Domaine de la Romanée-Conti oltre a gestire il suo domaine personale, mentre il secondo, essendo un 2014, è tutt'ora frutto del meticoloso lavoro di Sebastian Stocker, colui che ha traghettato l'Alto Adige dal medioevo fino alla viticoltura moderna e qualitativa di oggi.

Ma non è questo il punto di contatto... mentre lo assaggiavo stavo proprio pensando che è il valore assunto dato al “millerandage”, l'acinellatura, l'aborto floreale, il vero denominatore comune.

Il Domaine Prieure Roch rivendica il nome in etichetta Clos des Corvées 1er Cru solo per il vino prodotto dai grappoli in cui capita tale avversità, quale unica veritiera espressione di quello specifico climat a Nuits-Saint-Georges.


Il Weiss Terlaner, varietà ancestrale, ha invece solo fiori femminili, quindi necessità di un intervento esterno per completare la fecondazione che spesso rimane pertanto incompleta, con acini piccoli e senza semi, appunto affetti da millerandage. In etichetta viene ostentato con orgoglio “Weibliche Blüte”, sarebbe “fiori femminili”, per distinguersi dalla denominazione del territorio con cui non ha nulla in comune.

L'immagine mostra uno dei grappoli, semplicemente è una caratteristica propria di questo vitigno, di conseguenza produzione bassa e incostante, infine progressivo abbandono, a cui Sebastian prima e ora suo figlio, ancora fieramente si oppongono.

Ha un profumo ancestrale di fieno tagliato, di fiore di vite, l'aroma dell'uva portata alle labbra, qualche sfumatura più dolce di mela golden e un accenno, sottile, di confettura di marillen. In bocca ha un'anima tannica, sicuramente frutto del rapporto estremo fra buccia e polpa, primordiale, arcaico, ricco di spessore, sensazioni erbacee, piccolo frutti giallo-verdi e croccanti, appena aromatico e trascinato da una freschezza pungente.



Non sarà il più grande bianco del mondo, ma ha personalità, è unico, un vero sorso di storia, enologica e di molto altro...

venerdì 2 novembre 2018

Arte & Vino presenta lo Champagne di Bruno Paillard - (Trattoria "I Du Matt" 26/10/2018)


É stata proprio in una delle prime volte in cui sono stato coinvolto nelle degustazioni della guida #GrandiChampagne alla Stella d'Oro di Soragna che ho avuto la fortuna sfacciata di avere nelle batterie proprio gli champagne di Bruno Paillard.


Alcuni di quegli assaggi li ricordo ancora, per come l'equilibrio e una briosa freschezza erano state conservate anche in un'annata caldissima nell'N.P.U. Rosé 2003, oppure per l'articolazione che aveva acquistato la Cuvée 72, proprio quello stesso Brut Première Cuvée, champagne di ingresso della maison, messo in commercio con un'ulteriore sosta di 36 mesi in bottiglia dopo la sboccatura.

Ho poi avuto l'occasione di conoscere Bruno Paillard in persona durante la prima edizione del Modena Champagne Experience a Modena, condividendo con lui un calice, magari anche più di uno, insieme al neo Brand Ambassador Tommy Monari, alla cara amica Vania e Ruben Larentis, storico Chef de Cave della Ferrari Spumanti.


La maison è giovane se confrontata con la storia secolare delle regione, fondata dal giovane Bruno Paillard negli anni 80 quale naturale evoluzione delle abilità acquisite come "courtier". In poco tempo è cresciuta tantissimo, arrivando ad avere ben 32 ettari di proprietà, sufficienti a fornire circa 1/3 delle uve necessarie alla produzione di appena 500000 bottiglie ogni anno.

Nella visione di Bruno Paillard lo champagne è sempre un prodotto di assemblaggio, deve esprimersi nel bicchiere in raffinatezza, leggerezza, regalare un finale di bocca dalla freschezza sottile e insinuante, accompagnato da un bollicina minuta e cremosa.

I vigneti di proprietà coprono allora ben 16 diversi cru, fra cui anche Les Riceys, nel cuore dell'Aube, per avere la disponibilità di un Pinot Noir ricco e in perfetta maturazione. Della pressatura viene utilizzata solo e esclusivamente la prima cuvée, unica garanzia di eleganza e indispensabile per garantire una saporita acidità al vino finale. Il dosaggio è usato per ricamare l'ultima firma sull'opera d'arte, sempre leggero, completa, si integra e mai sovrasta.

Una visione che traspare nitida negli champagne che abbiamo assaggiato, per i profumi dolci, speziati, burrosi, per il sorso vaporoso, minerale, elegante, che accomuna con giustamente diversa ampiezza le bottiglie più importanti con quelle di ingresso.

Abbiamo iniziato la degustazione, con il 🍷 Blanc de Blancs Extra Brut Grand Cru, da 48 mesi sui lieviti e dosaggio da 5 g/l che dimostra subito la delicatezza dell'estrazione in una grande trasparenza, nel riflesso verdolino e luminoso. Un naso raffinatissimo, dove emerge con garbo la polvere di roccia bianca, il gesso, la salinità iodata, seguiti da agrumi gialli, fiori di pari colore, tutta la burrosità naturale che lo Chardonnay può offrire, capace di addolcire il frutto e renderlo piuttosto una mirabelle. In bocca ripete la sequenza dei profumi concedendosi però una mineralità appena più scura, richiama allora la pietra focaia, l'agrume diventa in foglia, il finale si apre sul sapore di granita al limone e menta in un sottofondo vanigliato.

Per non perdere il ritmo, solo il tempo strettamente necessario al servizio e siamo passati al 🍷 Rosé Première Cuvée, da 85% Pinot Noir e 15% Chardonnay, multivintage da 36 mesi sui lieviti e dosaggio a 4/5 g/l. Rosé ottenuto con la tecnica dell'assemblaggio, utilizzando proprio il vino rosso del vigneto di Les Riceys. Offre alla vista di un ramato delicato e brillante, animato da un flusso inesauribile di mille punte di spillo che trasportano alle narici dapprima una nitida fragranza di rosa, per poi accompagnarla a cioccolato bianco, un'idea di panna, un orizzonte aperto che comprende crosta di pane, biscotto e infine un'anima ferrosa. All'assaggio è rotondo, vinoso, saporito di arancia rossa, per poi rinfrescarsi in zenzero, succo di melograno, dimostrando nel finale una sinergia fra sale e freschezza. Ha tensione e solarità allo stesso tempo, rende davvero merito e unicità a questa tipologia che spesso mi delude, ma non questa volta.

Il primo millesimato della serata è il 🍷 Brut Assemblage 2008, con 42% di Pinot Noir e Chardonnay, 16% Meunier, ben 8 anni trascorsi sui lieviti e il solito dosaggio finale “minimal” da 5 g/l. Ed ecco una bellissima luce, di un giallo pieno che ha ancora tonalità evidenti di gioventù, subito un esordio con profumi eleganti, di biscotto e caramella inglese, pan brioche, ricordi resinosi di luppolo, refoli di spuma marina, la pungenza minerale del sasso spaccato. In bocca è potente, pieno, condito, con una carbonica che diventa una sorta di vapore aromatico, ricco di sale e cedro candito, un frutto che rimane integro e si definisce in pesca e mango. Quel filo di scontrosità fa pensare che debba ancora schiudersi del tutto, o semplicemente l'attesa per la tanto proclamata annata 2008 è sempre molto alta e rende severi.

Poteva lasciare qualche curiosità il fatto di avere in sequenza il 🍷 Brut Cuvée 72 proprio in questo punto, alla prova dei sensi la scelta si rivelerà più che giustificata, per una evidente dimostrazione di rotondità e struttura. Lo sguardo coglie immediatamente un'ottima pienezza di colore senza che la sfumatura denunci maturità, al naso è ancora più spiazzante, per essere così floreale, quasi a porgere una fragrante lavanda, poi burro, frutta esotica, albicocca, dolcezza di torrone, un'intuizione di brodo, quella che spesso si accomuna i grandi bianchi. Al sorso è di frutta secca e spezie, zucchero filato, ciliegia candita, quasi un soffio di anice, sempre con una vela di sale che conduce a un finale di arancia amara. Asciugata la bocca ecco nascere una sensazione di coquillage, uno champagne figlio di una meravigliosa evoluzione in bottiglia, voluto, come Roberto ci ha raccontato, proprio da Cuzziol, l'importatore Italiano della maison.

Ci siamo salutati con il Blanc de Blancs 2006, in questo caso ben 8 gli anni trascorsi sui lieviti, seguiti da un altro di attesa in bottiglia, dosaggio sempre al limite dell'Extra Brut, di nuovo appena 5 g/l. Altro calice di pienezza e luminosità, netto di pesca, nitido il mughetto, un assaggio gentile di miele d'acacia, soffice di ciambella al limone e mela al forno, un sussurro amaricante di pompelmo. Il dialogo con i sensi del gusto inizia sottile, dai richiami iodati, per poi spostarsi su torrone e frutta gialla, solo la prima tappa di un lungo e raffinato percorso, mosso con misurati passi di grande eleganza, diretti per ultimi ad una meta dagli aromi floreali da distillato e la sensazione tattile di acqua di mare.



Per seguire questa degustazione organizzata da Carmen di Arte & Vino ho fatto un'eccezione alla mia regola che il venerdì sera mi riporta rigorosamente a casa, per una volta ho trascorso una notte in più a Reggio, ma ne é valsa sicuramente la pena. Ascoltare Roberto parlare di vino è sempre un piacere, quasi come tornare sui banchi di scuola senza l'ansia di esami da superare. Sarebbe stata un'occasione unica anche per rivedere Tommy, all'ultimo momento assente per un impegno istituzionale in Sicilia, ma tanto non scappa, quindi prima o poi lo becco.




giovedì 1 novembre 2018

🍷 Orsi Vigneto San Vito – Colli Bolognesi Pignoletto Classico Docg Vigna del Grotto 2016


🍇 100% Grechetto Gentile – 13.5%



Come è dolce questo profumo, con tanta pesca gialla e quella sensazione che ti rapisce il naso entrando in un negozio di erboristeria, le immagini di frutta tropicale, di campo di grano inondato dalla luce estiva, le sensazioni di confetto e mandorla.

Una pienezza che rivive immediatamente fin dal primo sorso, ricco, avvolgente, amaricante di salinità, con tuttavia una splendida chiusura del cerchio, un equilibrio inatteso, la freschezza gelosamente conservata, leggerezza conquistata senza rinunciare alla personalità.




Quando mi piace il lavoro che è stato fatto su questo vino in questi ultimi anni, una volta così incupito dalla sua stessa mineralità e ora invece così capace di rivelare particolari un tempo nascosti, di regalare gioia solare.

domenica 28 ottobre 2018

Gli spumanti di Arcari+Danesi al “25” di Carpi (16/10/2018)

Giovanni Arcari e Nico Danesi sono parte importante della rivoluzione stilistica della Franciacorta che è in corso in questi ultimi anni, se questa denominazione vede finalmente la luce in fondo al tunnel in cui si era infilata, una parte del merito è di tanti piccoli produttori come loro.


Eppure in molti ancora non li conoscono, e non mi riferisco ai semplici appassionati, ma soprattutto a coloro che hanno voce nel mondo del vino che conta. Sono spumanti difficili da trovare, raramente compaiono in degustazioni importanti, e questo lo trovo inspiegabile.

Forse per la produzione poco più che confidenziale, la cantina arroccata in una delle posizioni più alte e selvagge dell'intera zona, proprio in cima al Montorfano, fuori dai giri mediatici dei pullman turistici.

Un'occasione unica avere Giovanni e i suoi spumanti al “25” di Carpi, una serata bellissima per quanto ho imparato, dal clima sereno e conviviale, talmente densa di contenuti che avrebbe riempito un racconto di pagine e pagine, ben peggio di quanto faccio di solito. E infatti è successo...

L'ho ascoltato smontare la Franciacorta e ricostruirne una diversa davanti ai miei occhi, in mano un calice quale prova evidente di come si possa mettere in pratica ciò che stavo ascoltando.

É una persona che ti mette subito a tuo agio, con quel modo di fare un po' da americano senza rinunciare alla gestualità italiana, la battutina facile, quel che serve di auto ironia, chiaro ed efficace nel trasmettere concetti non banali e, oserei dire, “ben poco popolari”, convinto di un'idea per lungo tempo solo sua e di Nico, o quasi.

Una vita dedicata al mondo del vino su cui non ha insistito molto, prima per altri e ora per se stesso, nonostante questo aperto a condividere progetti senza gelosia con chi ci vorrà credere insieme a lui. Senza un movimento “dietro” non c'è futuro, questo l'ho sentito dire anche da Maurizio Zanella, nessuna possibilità di portare avanti un rinnovamento.

Il loro metodo SoloUva nasce dall'amore per le bollicine e la consapevolezza che lo Champagne rimane inimitabile.

La latitudine estrema, il sottosuolo unico, un savoir-faire in vigna e in cantina con 300 anni di storia, creano quella meraviglia a partire da uve che, a maturazione aromatica, raggiungono appena 8.5° di alcol potenziale con acidità sovente in doppia cifra.

Nonostante una chaptalization quasi irrinunciabile, alla fine ne nasce uno spumante che riunisce complessità, leggerezza, una vitalità unica figlia di una freschezza comunque saporita e mai fine a se stessa.

Una ricetta solo in linea di principio applicabile ovunque, almeno dal punto di vista della pura chimica, anticipando ad hoc la raccolta delle uve. Il problema diventa nella maggior parte dei casi il finale di bocca, dove le sostanze fenoliche estratte dalle bucce ancora acerbe, possono sfociare in sensazione amarognole con la complicità del dosaggio, che invece di portare equilibrio, spesso esaspera questo contrasto.

Tuttavia, se anche questo aspetto fosse superabile, grazie magari a particolari altezza e fattori climatici, rimane il fatto che l'imitazione di un gusto affinato nei secoli ben difficilmente potrà anche solo avvicinarsi realmente all'originale.

Per avere originalità bisogna allora far emergere il frutto, come una mela non avrà lo stesso sapore se raccolta in piena maturazione in Sicilia o in Trentino, lo stesso sarà per un metodo classico che vuol essere davvero testimone di un territorio.

Uve perfettamente mature alle latitudini della Franciacorta si ottengono con un titolo alcolometrico potenziale di 12.5°, che dopo la presa di spuma darebbero spumanti con non meno di 14° di alcol. Il “metodo SoloUva” supera questo problema mettendo da parte una frazione del mosto non ancora fermentato da utilizzare successivamente per eseguire un tiraggio senza che l'aggiunta di zuccheri esogeni. Lo stesso si farà per il dosaggio, se necessario.

La vendemmia nei vigneti di Arcari+Danesi avviene di media un mese dopo il resto della denominazione, quindi porta un “frutto” perfettamente maturo, nessuna estrazione di sostanze che possano dare sensazioni verdi o amaricanti, nessun apporto di elementi originati all'esterno del chicco d'uva.


Come possa esprimersi in modo completamente diverso uno spumante in Franciacorta, Giovanni ce l'ha voluta mettere alla prova dei sensi servendo per primo, e in un certo senso “sacrificando”, il loro 🍷 Franciacorta Riserva T1 2007. Spumante ancora ad ispirazione champenoise dedicato a Tiziano, figlio di Nico, destinato ad uscire in 7 vendemmie, chiamate da T0 a T6.

Solo 1000 bottiglie per annata, uve raccolte in anticipo di maturazione, tiraggio con zucchero di canna. Finita la serie non verrà più riproposto in quanto ormai lontano dalla loro filosofia... mai più crosta di pane, deve emergere il frutto.

Già pensare che quel lucente oro verde rappresenti un vino di 10 anni mi porta a scossare la testa, poi avvicini il naso e non puoi che pensare “...se iniziamo così...”.

Una Special Cuvée nata in un clima più caldo, con quell'evoluzione controllatissima, le sensazioni di cenere, il biscotto al miele, lo zucchero bruciato. Aromi terziari che escono anche all'assaggio, insieme a volume presente ma non ingombrante, le spezie dolci, l'allungo boisé per una destinazione lontana dai delicati toni affumicati.

Mentre lo portiamo alla bocca Giovanni ci spiega come hanno affrontato il problema della conservazione dell'acidità e qui davvero si guarda alla Francia per imparare. Il T1 è stato ottenuto con una resa di 18 litri ogni 100 kg di uva, il fior fiore della prima pressatura estremamente soffice, per evitare cessione di potassio e conservare un PH basso.

É fantastico, lo fanno in provincia di Brescia, ed è stato rinnegato... dove andremo a finire? La risposta sarà “in un mondo completamente diverso”, unico, nessuna imitazione, riflesso di un territorio, irripetibile in qualsiasi altro posto. Sempre con ben chiaro il concetto di estrarre il meno possibile dall'acino, indispensabile per garantire la necessaria freschezza al vino finale.


Lo stacco con i SoloUva è stato evidente, spumanti più golosi, solari, magari anche rinunciando ad una frazione di complessità per avere dinamica di bocca più equilibrata e maggiore purezza.

Abbiamo ripreso con il 🍷 Pinot Nero Extra Brut 2011 (sb. 2015), da uve acquistate in una zona selezionata e raccolte a 12.8° di alcol potenziale, la naturalità è sicuramente più definita, in mandarino e fieno tagliato, una leggera speziatura minuto dopo minuto acquista dolcezza di miele. In bocca, è stato usato un dosaggio minimo in questo caso ancora con zucchero di canna, ha buona densità, succosa e saporita. É stato prodotto finora solo 3 volte nella breve storia di Arcari+Danesi.

A seguire il 🍷 Dosage Zero 2014 (sb. 2017), un omaggio alla passione di Giovanni per i vini di Langa lo fa scherzare dicendo che “questo spumante esce sempre nello stesso anno del Barolo di pari vendemmia”. Nel calice brilla di luce propria e il naso ha un approccio dolcissimo di pesca sciroppata, cioccolato bianco, fiorellini dello stesso colore. Nessuna traccia amarognola, piuttosto un sorso di purissimo agrume, gessoso e salato, con una verve vitale di acidità.

Le uve che danno il 🍷 Brut Satén 2014 (sb. 2017) sono solo quelli dei vigneti prossimi alla cantina, in quota, su terrazzamenti antichi. La resa in pressatura di questa annata è stata inferiore al 40% regalando un naso dolcissimo, con grazia e delicatezza di approccio incantevoli, tanti fiori indifferentemente gialli e bianchi, ciambella alla vaniglia, borotalco e mandorla. A regalare questa meraviglia armonia é proprio la natura semi-aromatica del Pinot Bianco, usato in percentuale significativa nell'assemblaggio.

In bocca ha tutto un altro registro, complice l'annata è un sorso davvero citrino, nervoso, dagli aromi di limone in foglia, ha tensione e asciuganti sensazioni metalliche, la nemesi di quello che per tanti anni sono stati i Satén della Franciacorta, larghi, addolciti e piacioni. Giovanni e Nico hanno dovuto lottare affinché la burocrazia accettasse l'uso del mosto congelato al posto dello zucchero, ma i risultati li stanno premiando.

Dopo 4 spumanti in circolo anche alla mia timidezza viene una bella faccia di travertino, con un bel sorriso ho quindi buttato lì un “ma il Grace non lo assaggiamo?”. Sono stato subito accontentato, secondo me non aspettavano altro...

Un rosato che nasce nei pressi del Lago di Garda, a Botticino, Giovanni l'ha definita “una delle zone più vocate alla coltivazione della vita che abbia mai visto”, famosa invece per il marmo che porta lo stesso nome, il più bianco che esista. Denominazione storica ormai in caduta libera, ne rimangono meno di 27 ha, poco vino che si vende in zona a non più di 4-5 euro.

Lui e Nico hanno “trovato” un vigneto a pergola di 3/4 ha con piante di Schiava Gentile, Barbera, e in minor parte Marzemino e Sangiovese, che risalgono al periodo fra le due guerre mondiali. L'idea di tentare un rosato e quella di proporre qualcosa di nuovo che si potesse staccare da una logica al ribasso dei prezzi. Viene prodotto con un contatto fra il mosto e le bucce di appena 2 ore, in cui il mescolamento favorisce la cessione di un minimo di colore e sostanze fenoliche.

Nel calice, infatti, la sfumatura di rosa antico del Grace 2017 è appena un accenno, nei profumi non ha certo quella esplosione sfacciata e noiosa di fragolina e lampone, piuttosto invece un delicato ricordo di melograno e mandarino, con fiori e altri frutti che sono invece decisamente gialli. Una bevibilità formidabile offerta da un'anima ferrosa e salata, sensazioni che bagnano il palato di un leggero spessore, intriso di freschezza e mineralità. Mi ha ricordato alla lontana il Rosè di Pascal Cotat, ma più pronto e con certamente qualche spigolo in meno.

Un successone anche all'estero, soprattutto negli Stati Uniti, il nome non è un omaggio alla bellezza di Grace Kelly, ma la contrazione di “Grand Central”, cosa che agli americani piace parecchio. Qualcosa a Botticino si sta muovendo, anche altri usciranno presto con un loro rosato.

Lungo tutto il racconto di Giovanni ci siamo goduti il buffet che lo Chef Pier e Salvatore hanno predisposto per noi, fantastico e come sempre dalla cottura perfetta il risotto, godurioso il ragù di salumi che condiva la polenta, Coppa Piacentina di Ardenga da premio, infine un confortante dolce alla frutta per affrontare la strada di casa alla ricerca del sonno.



Di seguito la lista dei vini degustati durante la serata:

🍷 Franciacorta Riserva T1 2007 (sb. 2017)
🍇 100% Chardonnay

🍷 Franciacorta Pinot Nero Extra Brut 2011 (sb. 2015)
🍇 100% Pinot Nero

🍷 Franciacorta Dosage Zero 2014 (sb. 2017)
🍇 90% Chardonnay, 10% Pinot Bianco

🍷 Franciacorta Brut Satén 2014 (sb. 2017)
🍇 70% Chardonnay, 30% Pinot Bianco

🍷 VdT Rosato Grace 2017
🍇 40% Barbera, 30% Schiava, 15% Marzemino, 15% Sangiovese





sabato 27 ottobre 2018

🍷 Torricella – Colli Bolognesi Sauvignon 2008


🍇 100% Sauvignon Blanc – 13.5%





Ci sono sfumature di evoluzione a cui non si può credere fino a quando non te le trovi nel calice.

Sauvignon dei Colli Bolognesi trasfigurato da quasi 10 anni in bottiglia, vino nato per essere consumato in annata o quasi, ma Alessandro e questo vitigno hanno un feeling così intimo, da infischiarsene altamente di queste sciocche consuetudini.

Ha completamente sposato il colore rosso, a cominciare dalla variazione sull'oro antico che ne incanta l'aspetto, ma soprattutto nei profumi, così sorprendenti di ciliegia candita, confettura di melograno, intrisi dalla speziatura di coriandolo e caramella all'anice. Il legame all'uva di origine è ormai emancipato, rimane appena nell'idea di aloe e nella balsamicità, dolce di erbe aromatiche.

In bocca è intransigente, deciso, caldo come un'estate assolata nei colli, esotico di oli essenziali, un succo di albicocca pungente dalla consistenza gessosa capace di asciugare il palato. Appena amaricante il finale, un regalo di zucchero caramellato da cui emerge appena un flash di pompelmo rosa... il Sauvignon c'è ancora, vuol essere lui a dare l'ultimo saluto.





Intendiamoci... non tutte le bottiglie hanno la fortuna di intraprendere una strada così virtuosa, ma questa era in uno stato di grazia oltre la più positiva immaginazione.

mercoledì 24 ottobre 2018

La Nuova Sicilia – ONAV Parma (18/10/2018)


In Sicilia sono stato quando avevo 2 anni, mio padre se ne era innamorato durante il servizio militare a Palermo, aveva una gran voglia di farvi ritorno.


Nonostante gli oltre 600 mesi passati, alcune immagini le ho ancora scolpite nella memoria. Le luci di Messina oltre lo stretto di notte, sulla terrazza dall'albergo di Reggio Calabria dove avevamo fatto sosta in quell’interminabile viaggio a bordo di una Fiat 600, tutta statale una volta passata Salerno, a quei tempi l’autostrada era appena un cantiere.

Ricordo l'oscurità profonda di una delle bocche secondarie dell'Etna, potevi arrivare fino al bordo e affacciarti senza nessun controllo e protezione, l'enorme orologio di fiori davanti alla stazione di Catania, il cielo incendiato dal tramonto a Palermo, il sapore delle granite al limone, ovunque il bianco abbagliante del sole.

Poi per anni più nulla di questa terra, dei suoi profumi, dei suoi colori, con i vini praticamente lo stesso rapporto, nonostante il tempo che dedico a questa intensa passione. Appena qualche curiosità scoperta in enoteca, bottiglie trovate al supermercato, lontani assaggi di aziende dai nomi importanti nei loro anni di passato splendore.

Cantine che hanno comunque contribuito a trascinare fuori da un anonimato assoluto l’intera regioneFirriato, Planeta, Florio, Pellegrino, le romantiche dediche del Conte Tasca d'Almerita, cui riservo ancora un posto speciale nel cuore. Più di recente appena un timido interesse per i frutti dellaltezza estrema dell'Etna, altri nomi sparsi qua e là in questisola immensa.

In tanti ne parlano, ma per il momento non sono ancora i miei vini, non li conosco, mi mancano i punti di riferimento, guido gli assaggi seguendo i consigli delle persone che stimo, spesso imbattendomi in belle sorprese, questo lo devo riconoscere.

Forse anche solo un anno fa non mi sarei iscritto ad una degustazione così, ma è un periodo in cui mi piace essere stupito sfidando i miei gusti, la bravura indiscussa del relatore, l'ambiente e l'accoglienza dei ragazzi di Giacomo, hanno fatto pendere la bilancia dal lato del sì.

Francesco ha raccontato di una Sicilia emergente, scelto per noi il frutto del lavoro di piccoli vignaioli che cercano più il riscontro della loro terra nel calice che non il successo internazionale. Persone ostinate nel credere che siano i vitigni da sempre coltivati nella loro regione a doverne essere la bandiera, non certe espressioni caricaturali di stampo internazionale.

Non più liquidi larghi, dolci, vanigliati, oppressi dal loro stesso calore, ma anche piccoli sorsi, magari non necessariamente così smussati, che parlino però di altezze improponibili in altre zone d'Europa o di uve che in qualsiasi altro posto non sarebbero nemmeno considerate. Ne viene fuori carattere, per certi versi anche scontroso, dinamica, freschezza, inattesi equilibri sulle fragilità, l’essere ospitali ma anche orgogliosi, una ricerca fondamentale del cibo come compagno, a maggior ragione se frutto delle stesse origini.

Francesco ha iniziato la serata stranamente contratto, solo chi lo conosce può essersene accorto, forse per il numero di partecipanti e le tanti luci, lui che preferisce ambienti più intimi sotto entrambi gli aspetti. Dopo mezz'ora era già ritornato il Falco di sempre, chiudendo le oltre 3 ore in crescendo.


Rossi serviti prima dei bianchi, per la loro natura che se deve essere "vera" allora é necessariamente con spigoli più taglienti, magari anche meno minuzie, vini soprattutto di bocca, dall'aromaticità fedele, ma non necessariamente ampia.

A maggior ragione testimoni credibili di un territorio, anzi, forse ancora più fedeli nel rendere la mineralità di suoli a volte rossi e a volte scuri, nel far respirare la vicinanza del mare, nel trasferire nella maturità del frutto le quote estreme della regione che ho scoperto non essere solo quelle dell’Etna.

Mi è piaciuta raffinatezza vinosa e semplice del 🍷 Cerasuolo di Vittoria 2017 di Guglielmo Manenti, definito da Francesco un “Beaujolais” di Sicilia, la ruvidità verace maturata dal sole in una stagione riarsa del 🍷 Pignatello 2015 Nino Barraco, lo stesso calore che si ritrova nel 🍷 Suber 2015 di Gianfranco Daino come sensazioni di pasta lievitata, cioccolato e uvetta.

Ugualmente accalorato è stato il 2012, e il 🍷 NeroSanloré di Gulfi non lo vuole certamente nasconderlo, mostrandosi fieramente in un profilo surmaturo che tuttavia trova equilibrio e si ostina non cedere, solido su sapori di confettura ed erbe aromatiche.

Avevo già avuto la fortuna di essere sorpreso dal “vero” 🍷 Pinot Nero Tiurema 2015 di Nunzio Puglisi. Dall’alto del suo vigneto a oltre 1000 metri sull’Etna si può permettere di sfoggiare un bel frutto agrumato con soffi di violetta, e se magari ha un calibro appena più largo di quello che centrerebbe il vitigno, rimane comunque una delle espressione più interessanti in Italia di questo vitigno.

Stesso terroir e vero capolavoro 🍷 l’Arcurìa 2015 di Alberto Graci da Nerello Mascalese in purezza, sottile fin dal colore, un naso che ha sicuramente maturità, ma riflessi ben più tenui del rosso. Il sorso dialoga sulle stesse tematiche, dissertando d’arancio e fiori sorprendentemente gialli, fino a sussurrare richiami balsamici e marini. La grandezza nell’essere esile.


Bianchi ancora più spiazzanti, mai apparsa una seppur labile traccia di sensazioni alcoliche, piuttosto tanta freschezza, pienezza di polpa senza spingersi oltre, fiori bianchissimi, tanta mandorla, un’acidità mai fine a se stessa che fermamente porta in primo piano un bellissimo frutto. Fotografia in cui si specchiano in modo fedele il 🍷 Grotta dell'Oro 2017 di Hibiscus, dagli ormai rari vigneti di Ustica, e lo 🍷 Shiarà 2017 di Castelluccimiano, esempio virtuoso di cooperazione.

Fra i tanti calici è spiccata nettamente la dinamica, l’energia del 🍷 Dietro le Case 2017 di Marilena Barbera, che ho scoperto essere una bellissima donna, la mineralità pura, la mela croccante quasi da riesling 🍷 dell’Aurora 2016 di Salvo Foti, succoso e teso per una stagione con meno eccessi di altre in complicità con le quote estreme dei suoi vigneti.

Difficile trovare parole adeguate a descrivere lo stupore provato, magari da neofita ma ugualmente sincero, davanti alle due stelle di prima grandezza accompagnate in bottiglia da Gepi de Bartoli. Il 🍷 Grappoli del Grillo 2016 è scrigno spalancato, tesoro dai profumi affumicati, in zenzero e alloro, fluoriclasse capace di un cambio di registro netto non appena portato alla bocca, irrorandola di albicocca, melone, saporito di sale, estremo in lunghezza e profondità.

Vino destinato all’eternità e oltre il 🍷 Vecchio Samperi 1996-2016, in grado di  rendere evidente realtà il termine “perpetuo” associato al metodo che lo rigenera, anno dopo anno, grazie all’apporto di vini giovani. Marsala realmente della tradizione e non quello voluto dalle esigenze commerciali inglesi, dove i ricordi di mallo di noce sono appena una delle cento sfumature aromatiche e piuttosto sono le sensazioni mentolate e di zucchero bruciato a salire in primo piano.

Il sorso è un liquido di marzapane, retto da acidità elettrica saporita di agrumi canditi e dolci alle mandorle. Talmente buono, spontaneo, coinvolgente, che senza nemmeno pensarci aveva già percorso tutto il palato lasciandolo sì vuoto di materia, ma impregnato per minuti di tale meraviglia di aromi. Per questa magia il papà di Gepi ha dovuto scegliere il solo grillo, l’uva più nobile e resistenze all’ossidazione, indispensabile avendo rinunciato alla protezione dell’alcol.

Solo per curiosità, Francesco ha voluto che assaggiassimo anche una bottiglia dalla conservazione meno felice, più prossima al modello del consueto vino fortificato di Sicilia, non sgradevole ma evidentemente meno aperta e luminosa, in tutti i sensi.


Come raccordo naturale all’ultimo assaggio, un chicco appassito di zibibbo con cui abituare la bocca, lo stesso da cui Salvatore Ferrandes produce il suo fantastico 🍷 Passito di Pantelleria 2012. Trasparenza topazio in cui si ritrovano gli stessi aromi e sapori, quell’immagine di frutto rosso, la speziatura tostata di wafer alla nocciola e scorza Majani, sorretta da una bevibilità inattesa e magnifica.


Sono stati 13 calici, appena sufficienti per vivere alcune delle nuove esperienze che, stagione dopo stagione, emergono sull’orizzonte vinicolo di quello che è stato definito “diamante lanciato nel mare per la gioia dell’uomo”. Una terra in cui la natura mette a disposizione tutto quello che serve per produrre uve sane e di qualità superiore, in cui è un delitto non ambire a vini straordinari, non più nella struttura e nell’impatto, ma nella sincerità e nel cuore di un territorio e dei suoi uomini.



Di seguito la lista dei vini nella sequenza di degustazione

🍷 Vini Manenti - Cerasuolo di Vittoria Docg 2017
🍇 Frappato, Nero d’Avola

🍷 Vini Barraco - Terre Siciliane Igp Pignatello 2015
🍇 Pignatello

🍷 Az.Agr. Daino - Vino Rosso "Suber" 2015
🍇 Nero d'Avola, Frappato, Alicante

🍷 Gulfi - Sicilia Igt "NeroSanloré" 2012
🍇 Nero d'Avola

🍷 Eno-Trio - Terre Siciliane Igt Pinot Nero Tiurema 2015
🍇 Pinot Nero

🍷 Graci - Etna Rosso Doc "Arcurìa" 2015
🍇 Nerello Mascalese


🍷 Az.Agr. Hibiscus - Terre Siciliane Igt "Grotta dell'Oro" 2017
🍇 Zibibbo

🍷 Castelluccimiano - Contea di Sclafani Valledolmo Doc Bianco "Shiarà" 2017
🍇 Catarratto

🍷 Marilena Barbera - Melfi Inzolia Doc "Dietro le Case" 2017
🍇 Inzolia

🍷 Salvo Foti - Vino Bianco "Aurora" 2016
🍇 Carricante, Minnella

🍷 Marco De Bartoli - Terre Siciliane Igp Grillo "Grappoli del Grillo" 2016
🍇 Grillo


🍷 Marco De Bartoli - Vino Bianco "Vecchio Samperi" Perpetuo 1996-2016 (#1)
🍷 Marco De Bartoli - Vino Bianco "Vecchio Samperi" Perpetuo 1996-2016 (#2)
🍇 Grillo

🍷 Ferrandes - Passito di Pantelleria Doc 2012
🍇 Zibibbo