Visualizzazioni di pagine: ultimo mese

sabato 29 dicembre 2018

🍷 Radoar - Vigneti delle Dolomiti IGT Muller Thurgau 2016

In un mondo di vini carichi, ricchi, dai profumi canditi e dolci di spezie, c'è invece chi fa dell'essere esile la sua grande forza.


Un'altezza estrema, quasi 900 metri sugli assolati dirupi di Velturno, sottrae al Muller Thurgau quella forza aromatica a volte sfacciata.

Profuma di uva spina, mandarino, erbe appena tagliate, all'assaggio è cristallina freschezza su un solco di sale.

Racconta di montagne innevate e cura maniacale nel proprio lavoro, tanto rispetto per una natura che circonda casa e famiglia, il tappo Stelvin lo protegge da un futuro che vede almeno 10 anni lontano. Piccolo vino stupendo...





mercoledì 26 dicembre 2018

🍷 Stefano Milanesi - VSQ Extra Brut Vesna 2012 (sb. 05/2016)


🍇 100% Pinot Nero - 13%




È il mio vino di Natale, ieri è stata una giornata un po' caotica quindi torno da lui oggi con tutta la calma che merita. E c'è poco da fare, il giorno dopo guadagnano tantissimo...

Così come Simona mi ha insegnato che la sboccatura deve essere rispettata, aspettando, con pazienza.

Ora ha raggiunto una serenità dolce, di frutta candita, mirabelle, spezia e gesso, nessun indizio di quelle tostature che spesso ingombrano il metodo classico.

C'è tutta la maturità dell'uva in un'annata calda, ma in bocca è misura, equilibrio e profondità, fodera il palato con uno spessore di roccia impalpabile dal sapore di mandarino con sali aromatici.





Unicità dell'Oltrepò uniti ad una mano magica e alla complicità del passare del tempo

lunedì 24 dicembre 2018

🍷 Castel Sallegg – Lago di Caldaro Scelto Classico Superiore “Bischofsleiten” 2016


🍇 100% Schiava – 13%



Amo la Schiava, ma ho sempre avuto una preferenza per la leggerezza e la grazia con cui si esprime sulla collina di Santa Maddalena. E' raro che vada a cercare maggior forza e struttura che offre nel Lago di Caldaro complice la posizione più a Sud e l'altezza minore.

Forse già nel colore si può individuare una sfumatura più austera, potrebbe tuttavia essere pura suggestione, nei profumi invece è evidente la maturità del frutto, l'idea di un'uva gonfia di succo in un'estate inondata dal sole. Aromi in cui il rosso sfuma su tonalità scure, meno aeree, legate maggiormente alla terra con persino un accenno muschiato.

In bocca ha un sale magnifico, profondo, lungo, tanto che per un attimo cancella i sapori prima di lasciare emergere amarena e chiodi di garofano. Non contento pretende di tornare protagonista, scavalcando morbidezza e un lieve calore, solleticando la lingua dalla punta fin quasi alla gola.




Di questa bottiglia mi ha incuriosito il parere di un degustatore che stimo, proprio su questa particolare sviluppo di gusto. Decisamente un assaggio che merita, grazie a Barbara per la consegna a domicilio.




domenica 23 dicembre 2018

Sebastian Stocker: ricordi con Sigmar Stocker (Enoteca Tabarro 14/12/2018)


Non starò a descrivere l'emozione provata nel sedermi a quel tavolo. La lascio tutta di merito a Matteo, per come gli si è rotta la voce, per quell'attimo di pausa necessario ad asciugarsi gli occhi all'inizio della serata, rivivendo i ricordi dell'inaugurazione della nuova sektkellerei Stocker a Terlano, unico “italiano” presente tra gli invitati.


Posso solo dire che lo capisco, ho provato la stessa cosa in prima persona poco prima dell'estate nella serata dedicata al Vorberg proprio raccontando di Sebastian, di come abbia avuto quell'intuizione vincente che ha messo Terlano sulla carta mondiale dei vini che contano, donandoci bottiglie capaci di sfidare il tempo con il metodo che ora porta il suo nome.

Il mio 2018 è stato profondamente intriso di Alto Adige, ben più di come lo siano stati gli ultimi 10 anni da sommelier. Ho condotto quell'incontro in tandem con Rudi Kofler, in agosto mi ha accompagnato in prima persona a visitare cantina e vigneti, ho degustato i bianchi di Appiano con Hans Terzer al mio fianco.

In un venerdì di metà dicembre ho aggiunto l'ultimo tassello a questo mosaico di emozioni, un'occasione unica organizzata al Tabarro da Matteo per ricordare il grande Sebastian e i suoi spumanti accompagnati dalla voce narrante del figlio Sigmar, lì seduto, sorridente, in mezzo a noi.


Non ho nemmeno voglia di stare a dilungarmi sui vini nonostante abbia riempito il fascicoletto di appunti. Tanti assaggi da cui traspare nitida una visione ben precisa che si riassume nella frase con cui Sigmar ha aperto la serata: “Il mio papà non faceva grandi degustazioni, per lui il vino buono doveva essere morbido e star bene in bocca... aggettivi, descrizioni, parole, sensazioni preferiva lasciarli ad altri”.

Un modo di pensare che ai giorni nostri verrebbe definito “moderno”, in realtà la riscoperta del ruolo centrale del gusto avvenuta negli ultimi anni ad opera di Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi, o a voler dire le cose come stanno ancor prima dallo stesso Veronelli. La ricerca della pienezza del frutto quale espressione nel calice del luogo, peculiarità unica e la sola, sensata, alternativa alla vana imitazioni di territori e latitudini impossibili da uguagliare.

I suoi sekt sono proprio così... strettamente coerenti a questa idea, spumanti di fibra, mai appariscenti nei profumi, tuttavia saporiti, solari, spesso iodati con un'intensità gustativa che nel panorama Italiano raramente ho visto raggiungere anche in etichette ben più blasonate.

Mi concedo solo un'unica eccezione dedicata a quella meraviglia del 🍷 Natur 2010, già così evidentemente più chiaro degli altri anche nella luce soffusa del Tabarro, un flash nel profilo salmastro, profondamente minerale e allo stesso tempo dal sottofondo dolce, di pesca e ginestra. Un assaggio leggero, slanciato, nitido nel fotografare gli agrumi, marino, fragrante di conchiglie e sabbia scaldata dal sole, delicatissimo dell'impronta tattile, interminabile. E proprio alla fine, quale ultimo regalo per aver indugiato un po' di più ancora nel cercarne la natura, uno splendido ricordo aromatico di mandorla e miele leggero.

L'attimo di silenzio calato dopo averlo portato alle labbra, testimonia di come abbia colpito le tante persone sedute intorno a quel tavolo. Potrei anche sbagliarmi, ma giurerei che questa sboccatura di ormai 4 anni, capace di raggiungere una pienezza così sorprendente, abbia riempito di orgoglio lo stesso Sigmar.

Serata condita di mille aneddoti, attimi preziosi di vita passata di un padre visti con gli occhi di un figlio con rispetto e ammirazione, ma anche chiacchiere, risate, battute, tutta la spontaneità di un convivio informale di persone diverse unite dalla comune passione, grande regalo di Sigmar girato da Matteo a noi tutti, perché “gli Stocker non viaggiano”.

Il papà non ha mai lasciato l'Alto Adige, lui lo ha fatto per onorare un stima trasmessa da una generazione all'altra, solo per questo è sceso fino al Tabarro di Parma. Per una serata così fuori dal tempo serviva proprio un posto così, caldo, intimo, in cui la magia del vino trasuda da questi angoli stretti, dai bassi soffitti, dalla scala ripida, posto vero e sfumato, lontano anni luce dalle atmosfere patinate e luccicanti dei social.


Fra una bottiglia e l'altra, Diego ci ha coccolato con due versioni di 🍴 Speck, da coscia e girocollo, stagionate 14 mesi proprio nel Maso Pretzhof, tanto per ribadire un legame stretto e di eccellenza fra vini e territorio. Una rara delizia che surclassa e oscura le insipide imitazioni che portano, aimé, lo stesso nome. Gli ha invece tenuto testa degnamente il 🍴 Prosciutto Cotto Affumicato dei Fratelli Branchi di Felino perché a Parma, se ci si mettono, anche sui salumi cotti non sono secondi a nessuno.


Quasi dimenticavo... ho sempre pensato che il centro di Parma fosse bellissimo, ho scoperto che lo è ancora più di notte, con gli addobbi natalizi tutti illuminati che mi hanno tenuto compagnia nella lunga passeggiata che dal parcheggio mi ha portato fino al piccolo locale di Strada Farini.


Di seguito, i calici che hanno accompagnato la serata:

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Natur 2013

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Natur 2012

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Natur 2010

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Brut 2011 (magnum)

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Extra Brut Riserva 2009

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Extra Brut Riserva 2007

🍷 Sektkellerei Stocker - Metodo Classico Brut 2011 (magnum)

🍴 Speck di coscia e girocollo della Val di Vizze stagionatura 14 mesi (Maso Pretzhof)

🍴 Prosciutto Cotto Affumicato (F.lli Branchi) servito caldo con "Rostkertoffen"




mercoledì 12 dicembre 2018

🍷 Weingut Kobler – AA Merlot Riserva Klausner 2010


🍇 100% Merlot – 14%




Nel bicchiere c'è una decisa idea di austerità, una bella spezia pungente e persino pepata, tensione e sfumature tartufate di sottobosco sorrette da un frutto scuro in confettura.

Non c'è invece alcun indizio di evoluzione, neppure quella dolcezza eccessiva che in altre bottiglie da questo stesso vitigno spesso ritrovo e decisamente non amo, si aggiunge invece un'immagine di tralcio di vite, garbata, che porta all'insieme un'idea esotica.

In bocca la vena morbida, il calore dell'alcol, sono stemperati dalla salinità, il tannino è levigato, nell'insieme è un sorso condito, saporito, succoso di mora e mirtillo, con un finale di carattere e asciutto. Non certo da aperitivo, ma votato per accompagnare un buon pranzo.




martedì 11 dicembre 2018

Sette gioielli di Epernay – Champagne Boizel (AIS Bologna 03/12/2018)

Mi ha fatto sorridere il commento di Federico ad inizio serata, quando ha detto "è bello vedere una sala così piena". Sapevo da alcuni giorni che i posti erano esauriti, fin dall'inizio era quello che fortemente desideravo, però è vero, sono quei colpi d'occhio che non lasciano indifferenti, a maggior ragione quando le persone non sono ancora sedute e l'allestimento dei tavoli sembrano perdersi senza una fine.


Il compito di presentarlo è toccato proprio a me, e quando si tratta di un amico diventa un onore impagabile. Ci siamo conosciuti nel modo migliore possibile, davanti ad una buona tavola aprendo belle bottiglie, solo in un secondo momento ho realizzato chi fosse veramente. Uomo di sala in ristoranti importanti, 20 anni or sono miglior Sommelier AIS d'Italia, ore comunicatore e produttore di vino in prima persona. Una vita intrecciata a tante persone che ho imparato a stimare.


Ho partecipato a diverse serate che lo hanno visto protagonista, grazie al suo ruolo in Feudi di San Gregorio le possibilità che può offrire alla nostra Delegazione sono tantissime, dalle aziende del gruppo, allo Champagne, i vini "vulcanici", la “sua” stessa Etna... quando ne parla i suoi occhi brillano. Ma era tanto che non si degustava Champagne a Bologna, con i colleghi abbiamo scelto di dedicarci a Boizel, una piccola maison che Feudi ha fermamente voluto nella propria distribuzione.

Federico ha condotto la serata con tutta quella sicurezza pacata di cui è capace, quel savoir-faire in grado di mettere a proprio agio chiunque maturato in decine di anni spesi a contatto con il pubblico nell'altissima ristorazione. Ricchezza di contenuti e allo stesso tempo tanta serenità, si è creato un clima disteso quasi come si fosse fra amici, il tempo allora è volato.

La storia di Boizel è ormai lunga quasi due secoli, ben 6 generazioni con lo stesso cognome si sono alternate alla guida mantenendo una dimensione che si potrebbe ancora definire "domestica", lì proprio nel cuore pulsante dello Champagne, la leggendaria Epernay.

Come tante altre aziende una minima parte di vigneti di proprietà e 10 volte tanto di uve provenienti da piccoli e storici conferitori. Vite parallele di uomini che da una parte acquistano e dall'altra creano la magia delle bollicine, relazioni solide tramandate da nonni, a padri, a nipoti, saldate da fiducia e rispetto, senza le quali sarebbe impossibile garantirsi negli anni la qualità del prodotto.

La filosofia della maison Boizel ricerca l'eleganza degli aromi sottili che solo la necessaria attesa lascerà poi esprimere compiutamente. Un risultato che passa necessariamente dall'impiego del solo mosto di prima spremitura, nella selezione maniacale delle migliori parcelle in tutto il mosaico dello Champagne senza negarsi la maturità dell'Aube, nei lunghi affinamenti sui lieviti, in un uso minimo di legno e malolattica al fine di preservare la massima purezza espressiva.

Durante la vendemmia la pressatura avviene direttamente in 12 centri sparsi su tutto il territorio dello Champagne, la sede di Epernay ospita solo la cantina di spumantizzazione e di affinamento. Joyau, il nome scelto per la cuvée prestige di Boizel, fa proprio riferimento al punto più profondo delle cantine, quella storica, dove vengono conservate anche bottiglie risalenti all'anno di fondazione.

Per dimostrare come le parole si traducano in fatti, da questa scatola del tempo abbiamo avuto l'onore di poter creare con la nostra degustazione un percorso lungo di più di 20 anni, dai giorni nostri fino a toccare annate dalla fame leggendaria come 1995 e 1996. L'idea era quella di per poter toccare con mano come il tempo possa aggiungere profondità lasciando un'inalterata eleganza.


7 assaggi, 7 gioielli che hanno luminosamente brillato in un nebbioso e freddo lunedì di inizio dicembre. Non ho mai creduto fino in fondo alla storia dei "giorni frutto" ma nemmeno la escludo completamente, perché ho ormai capito che nel mondo del vino non ci sono equazioni perfette, gli assaggi cambiano da occasione a occasione, si può vivere nella bellezza dell'irrazionale.

Perfetto biglietto dell'idea champenoise della maison Boizel il ðŸ· Brut Rèserve, dimostra quell'eleganza articolata che non ci abbandonerà in nessuna tappa del nostro percorso, dosaggio perfettamente integrato nella natura dello Champagne, denominatore comune di tutti gli assaggi. La ricerca della piacevolezza portata a termine con precisione, leggerezza e garbo.

Volume e pienezza si tingono di arancione nel ðŸ· Blanc de Noirs, capace di quella rotondità avvolgente e speziata che solo una sboccatura datata 2 anni può perfezionare. Una fortuna coglierlo in questo momento di evoluzione, Pinot Noir in purezza risultato di vigneti situati nella Montagne, nella Marne e nell'Aube, come tale rara testimonianza di come il vitigno si esprime in tutto l'areale dell'AOC.

Deciso contrasto con il successivo ðŸ· Blanc de Blancs, di grande precisione, cristallino nell'espressione aromatica e gustativa, vibrazione e tensione che tracciano un solco che trascina al suo interno tutti i tuoi sensi. Texture magnifica, acidità e carbonica che si fondono creano una splendida sinergia.

Subito a fianco un altro Blanc de Blancs, ma che scende indietro fino al ðŸ· Brut 1996 in versione RD. Perfetta fotografia dello Chardonnay nella Côte des Blancs in un'annata che ha coniugato freschezza e maturità come non è mai accaduto. Il sogno di sfidare il tempo diventato realtà, dimostra pienamente nel confronto con la bottiglia che lo ha preceduto come nello Champagne un intervallo di 20 anni siano appena una frazione d'eternità.

Sempre restando nell'argomento di annate straordinarie il ðŸ· Grand Vintage 2008 Ã¨ uno di quegli assaggi di cui percepisci inconsciamente la grandezza senza afferrare esattamente il perché. Uno Champagne che dialoga direttamente con i sensi senza passare per il pensiero, un'esperienza istintiva che in questo momento si rivela pienamente nella tattilità e negli aromi, con i profumi che si tengono ancora giustamente nascosti lasciando solo intuire la grandezza che continuerà a crescere per chissà quanti anni.

Ho amato fin dalla prima goccia lo ðŸ· Joyau de France 2000, appena portato alla bocca, incondizionatamente, per quel lasciarsi andare ai segni del tempo, appena appena, giusto per un attimo e soltanto prestandogli tutta l'attenzione che merita. Allora si possono cogliere quell'indizio di cenere, qli accenni tostati, la trama ancora verdolina celata all'interno di un manto dorato. Dietro a mineralità e dolcezza speziata nasconde ancora un mondo vastissimo con tutta la bellezza crepuscolare dell'evoluzione dello Champagne. Un calice che racconta la vita.

Ultimo "gioiello" della maison Boizel lo ðŸ· Joyau de France 1995. Annata splendente che i veri amatori, seppur con timidezza e senza troppo alzare la voce, nel cuore preferiscono alla tanto decantata vendemmia che l'ha poi seguita. Proprio in questo bicchiere ne abbiamo trovato tutte le ragioni del mondo, riunite nel trascendere con noncuranza lo scorrere del tempo e sfoggiare un'intatta eleganza. Gli anni trascorsi hanno aggiunto polpa piuttosto che scalfirne il carattere, nel colore, così ricco, nei profumi, per una complessità che in questo momento sfoggia frutti persino rossi, marzapane, infine per la capacità di aggrapparsi al palato e impossessarsene con decisione.

É stato il giusto culmine di una salita vertiginosa vissuta di bicchiere in bicchiere, un regalo unico della famiglia Boizel grazie a Federico, che ha reso speciale la serata e il ritorno dello Champagne a Bologna. Servizio perfetto ed esattamente nei tempi giusti, permettendo così a tutti di godere calici alla giusta temperatura senza interrompere lo scorrere delle parole.

Di seguito la lista delle cuvée degustate.

🍷 Champagne Boizel – Brut RÉserve n.m.
🍇 30% Chardonnay, 55% Pinot noir, 15% Meunier

🍷 Champagne Boizel – Blanc de Noirs n.m.
🍇 100% Pinot noir

🍷 Champagne Boizel – Blanc de Blancs n.m.
🍇 100% Chardonnay

🍷 Champagne Boizel – Blanc de Blancs Brut RD 1996
🍇 100% Chardonnay

🍷 Champagne Boizel – Grand Vintage 2008
🍇 50% Chardonnay, 50% Pinot noir

🍷 Champagne Boizel – Joyau de France 2000
🍇 65% Pinot noir, 35% Chardonnay

🍷 Champagne Boizel – Joyau de France 1995
🍇 55% Pinot noir, 45% Chardonnay






venerdì 7 dicembre 2018

🍷 Fernard & Laurent Pillot - Pommard 1er Cru Rugiens 2006


Rugiens, reputato come il miglior 1er Cru di Pommard, il climat che incarna maggiormente carattere e intensità universalmente attribuite a questo Village.


In questo è ben aderente, nel colore inconsuetamente profondo per un Pinot Noir, nella sfumatura aranciata del bordo, nei profumi così ricchi di agrume canditi e variegati di spezie, persino pungenti facendo danzare pigramente in bicchiere.

Ha sapore e densità, ricchezza di materia, magari negli aromi non così colorato e tuttavia ben definito in ferro, cenere, piccoli frutti. Asciuga la bocca in modo gentile, il volume è levigato, nonostante l'annata lontana e non così blasonata, riunisce allora carattere ed eleganza.





domenica 2 dicembre 2018

Attraversando Bordeaux – (Onav Milano 27/12/2018)


Bordeaux ha il fascino delle cose che non ho ancora capito. Colpa mia, ovviamente, l'ho volutamente trascurato anche per quella dimensione che viaggia in polarizzazione opposta rispetto alle mode degli ultimi anni.


Non è il vino dei piccoli, anzi, strappa prezzi con almeno due zeri su numeri da produzione in scala industriale. Il tanto estremizzato “terroir” passa in secondo piano, accomodandosi dietro al “savoir-faire” aziendale, manca, e aggiungerei finalmente, quella ricerca ossessiva della vena stratificata di questo o di quello che è bello sfoggiare, senza in realtà sapere effettivamente il perché.

Ebbene sì, l'ho snobbato, nascondendomi dietro a ipotetici stereotipi di gusto affibbiati partendo da pallide imitazioni realizzate in bel altre zone, colpevolmente sapendo per altri mille esempi che spesso mi piace citare, che là dove è nato il vitigno le espressioni sono sempre diverse e nobili.

É anche vero che mi mancano i punti di riferimento... ok, fino al Cabernet di qua e Merlot di là ormai l'ho anche imparato, potrei persino recitare la teoria del perché, ma lì mi fermo. Mosso da un latente senso di colpa ogni tanto provo a rimediare, all'inizio in un certo senso sperando di confermare i miei pregiudizi e chiuderla lì. E invece no... non sta andando proprio così!

Merito è anche di Giò, che sul mondo Bordeaux l'ha vista lunga almeno 30 volte 😉 più di me già in tempi non sospetti, trascinandomi infine nella sua passione per questo angolo anglosassone di Francia. Poterli degustare con lei al mio fianco, sentire l'entusiasmo delle sue parole, è un plus che non lascia indifferenti. A questo si è aggiunto Christian Roger come conduttore della serata, capace di trasferire la sua esperienza internazionale su aspetti e valori come nessun libro di testo potrà mai fare.

Una degustazione che ha toccato le zone principali della regione attraverso i “second vin” di grandi château. Già qui impariamo la prima cosa... il “second vin” non è uno scarto del “grand vin”, nasce diverso fin dall'inizio, ma viene a lui riservata la stessa cura dedicata al fratello maggiore. Sovente frutto delle vigne più giovani, altre volte una proprietà aziendale a cui viene data la meritata dignità creando per lei un marchio a se stante.

Stessa annata, la grandissima 2015, l'occasione di avere in calici dal prezzo non ancora alle stelle maestria e dedizioni affinate nei secoli. Aspetto emerso all'assaggio senza incertezze, nessuna sbavatura, le presunte caricature varietali relegate in ben altri luoghi, sorsi ricchi e potenti per l'annata solare, rifinitura e in alcuni casi persino leggiadra eleganza. Da innamorarsi perdutamente...


Scegliere un preferito è un piacere assolutamente lecito, nel mio caso il cuore é andato verso il 🍷 Clos du Marquis, second vin dello Château Léoville-Las-Cases, 2ème cru classé di Saint-Julien, a maggioranza Cabernet Sauvignon. É il più storico “second vin” che esista, circondato da vigneti di aziende classificate troisième e persino deuxième grand cru classé.

All'inizio riottoso, chiuso su ricordi tostati, fumé e di acqua di rose, per poi concedersi lentamente anche in cioccolato e mirtillo. In bocca tuttavia fin da subito espressivo, appagante, vitale, più sottile di altri, ma nitido in aromi aranciati e tattilità gessosa, la maggior leggerezza lo distende in dolcezza, schiarendone quasi in giallo la saporosità. Dannatamente buono!

Di fianco gli metterei, anche se con grandi dubbi e mille possibili ripensamenti, quello che potrebbe essere stato il sorso più completo e articolato della serata, un vero emblema dell'idea nobile di Bordeaux, rappresentata dal 🍷 La Chapelle de La Mission Haut-Brion, second vin di Château La Mission Haut-Brion, grand cru classé di Graves. Nome che incute rispetto, persino ad un ignorante filo-Borgognone come me...

É una sensazione di cioccolato in polvere la prima ad emergere da una finezza sottile, che ti fa venire una gran voglia di cercare, di concentrare l'attenzione, e allora si distingue un accenno di confettura di ciliegia, le spezie dai rimandi orientali, un'impressione di calcare e polvere di roccia.

All'assaggio cambia completamente registro puntando su un insieme suadente, un frutto piccolo, dolce e perfetto, che non si azzarda nemmeno per un istante a sconfinare nell'eccessiva maturazione. Nel sottofondo la freschezza lavora, sostiene il gusto creando una texture magnifica dove tutto è lieve ma irrazionalmente deciso e profondo, a questo punto fors'anche magico.

Primo amore incontrato lungo il percorso della serata, superato seppure di poco dai due precedenti, l'eleganza di Margaux rappresentata dal 🍷 Blason d’Issan, second vin dello Château d’Issan 3ème cru classé del Médoc.

Scuro nel colore e austero nell'approccio così salmastro, una raccolta di piccole bacche, di more turgide e scure, la sensazione dolce-amara della caramella di liquirizia, ricordi di sottobosco asciutto e soffi mentolati. Un sorso raffinato che rende merito al blasone del terroir di origine, saporito di ciliegia sotto spirito e piccante di sale, maturità sposata a un tannino che impone la sua presenza senza voler essere prepotente, il finale è un soffio di cacao e latte.

Particolare l'espressione fruttata della 🍷 Dame de Montrose, second vin dello Château Montrose, 2ème cru classé di Saint-Estèphe. Magistralmente fusa a note balsamiche che l'addolciscono, spostandola cromaticamente verso pesca gialla e albicocca tuttavia non in modo definitivo, perché alla fine anche la terra rossa vuole il suo attimo da protagonista. In bocca si afferma deciso, con una certa durezza che poi si assottiglia, certamente saporito ma forse ancora incompiuto, appena acerbo nel piccolo frutto. Bella la tenuta all'ossigeno a tutto beneficio della raffinatezza d'insieme.

Tenendo fede al suo nome, l'assaggio di maggior intensità della serata l'ha offerto il 🍷 Le Dragon de Quintus di Saint-Emilion, giustamente a prevalenza Merlot. Il Domaine Clarence Dillon, già in possesso di Château Haut-Brion e Château La Mission Haut-Brion, ha acquistato anche questi vigneti riunendo due proprietà, per poi dargli una propria dignità con un nuovo marchio, appunto lo Château Quintus.

Colore e densità ne caratterizzano l'aspetto, avvicinato al naso è subito cenere, cioccolato fondente, frutto croccante e appena selvatico, nettamente marasca, persino mirto, non si nega una pennellata di alloro. Sapori che si ritrovano anche nel sorso, in sale e tannino ben cesellato, magari non lunghissimo, ma nobile e rifinito nella chiusura.

Unica eccezione come millesimo 2013 il 🍷 By Clinet di Pomerol, figlio di un progetto di valorizzazione del territorio del leggendario Château Clinet. Nonostante la maggiore età il frutto è più fresco, decisamente rosso di lampone e blu di fiori, il cioccolato più dolce, così come l'idea di caramella zuccherosa alla fragola, ricordi d'infanzia ormai indelebili. Snello e di minor pressione anche all'assaggio, un'inattesa gioventù lo allunga in una dissetante sensazione di acqua salata e ferruginosa, magnificamente teso come un violino.

Senza ragioni particolari cito per ultimo la 🍷 Réserve de la Comtesse, second vin dello Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande, prestigioso 2ème cru classé del Pauillac. Profumi affascinanti d'incenso, cenere, tantissimo pepe, caffè, freschezza di bacche rosse e pomodori secchi, sensazioni pungenti di spezie. Il sorso forse è meno articolato, tende a diluirsi appena ma si aggrappa tenacemente al palato schiudendosi in un magnifico aroma di rosa. Meno pieno, ma di pari eleganza a tanti altri assaggi.


Serata magnifica, una bellissima idea di ONAV Milano e del presidente Intini, avrei continuato ad ascoltare Roger per ore, godendomi la compagnia di Giovanna e Alberto, ringrazio tutti loro e i ragazzi del servizio. Segue la lista dei vini, nell'ordine in cui sono stati proposti.

🍷 Le Dragon de Quintus 2015 (Château Quintus, Saint-Emilion)

🍷 By Clinet 2013 (Château Clinet, Pomerol)

🍷 Blason d’Issan (Château d’Issan, Margaux, 3ème cru classé)

🍷 Réserve de la Comtesse (Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande, Pauillac, 2ème cru classé)

🍷 Clos du Marquis (Château Léoville-Las-Cases, Saint-Julien, 2ème cru classé)

🍷 Dame de Montrose (Château Montrose, Saint-Estèphe, 2ème cru classé)

🍷 La chapelle de La Mission Haut-Brion (Château La Mission Haut-Brion, Pessac-Léognan, grand cru classé de Graves)




sabato 17 novembre 2018

Calicivivi “I Nebbioli del Nord” – (Cantina della Salute 13/11/2018)


C'è tutto un mondo di altri Nebbioli, diversi perché la natura del clima e dei suoli inesorabilmente lo impone. Il freddo delle vicine montagne, il terreno che trova sabbia, granito, persino tufo invece del confortante calcare, li assottiglia ma allo stesso tempo li eleva, sottrae potenza rendendoli aerei, lontani da quei ricordi terreni, scuri, sotto-boschivi che spesso ricorrono in Langa.


Succede anche che il Nebbiolo cambi di nome, che magari si accompagni a qualche altro vitigno dal sorriso più largo, dal frutto più dolce, dalle venature speziate, per arrivare a smussare spigoli a volte affilati. Quel che rimane, sempre e comunque, è l'innata eleganza, a volte persino amplificata dalla leggerezza così estenuante.

Denominazioni dai nomi rari o quasi scomparsi, come Fara, Bramaterra, Boca, fino ad arrivare all'appena più mediatica Valtellina, di cui per altro è spesso conosciuta solo nella forma maggiormente patinata, lontana anni luce da quella miriade di piccoli produttori dalla schiena curva su pendenze impossibili per strappare prezzi che, quando va bene, arrivano a 1/3 di quelli di Langa.


Insieme a Matteo, ospiti della cucina di Mary alla Cantina della Salute, di questi mondi ne abbiamo visti ben due, cominciando da quello variegato che popola il Nord del Piemonte.


Il 🍷 Vino Rosso "Origini" 2014 delle Cantine del Castello Conti, figlio di vecchie vigne ancora condotte a Maggiorina, assemblaggio di tanti vitigni e l'unico della serata non a maggioranza Nebbiolo, ne esce un po' arruffato se preso a sé stante, riscattandosi però decisamente nel matrimonio col cibo.

Già molto più diligente e di bella presenza presenza l'assaggio del 🍷 Bramaterra 2012 di Odilio Antoniotti, subito seguito da un piccolo e sconosciuto gioiello quale il 🍷 Fara 2012 di Francesca Castaldi con luce, complessità aromatica, bocca straordinariamente buona per rigore, freschezza serena e soave delicatezza di tocco. A mio parere il vino della serata...

Lo stile antico di questi nebbioli del freddo emerge in un'altra etichetta delle Cantine del Castello Conti, il 🍷 Boca 2010, denominazione che lentamente sta provando a tornare ai fasti passati. In questo caso con un esempio ematico, agrumato, ferroso, dalla tessitura di languidità dannunziana.

Prima di passare definitivamente in territorio Lombardo un attimo di pausa ristoratrice per gustare la 🍴 Tartare di Manzo e Robiola Piemontese preparata da Mary. Unione splendida anche per un diffidente di crudi come me, bocconi dolci e dalla carnosità saporita stemperati nelle sapidità cremosa del formaggio, lo zest di arancio ad aggiungere quel guizzo di acidità persino al profumo.


Rush finale solo di Valtellina, inaugurato dal 🍷 Valtellina Superiore Sassella "Stella Retica" 2015 di Arpepe, giustamente giovane nell'aspetto, dalla dolcezza speziata nei profumi quale omaggio all'annata calda, sorso levigato e dalla chiusura su acqua di mare.

Se il 🍷 Valtellina Superiore Riserva 2014 di Dirupi gli è simile nell'aspetto il profilo olfattivo è invece più fresco, in fiori, polvere di ferro e frutti che si mostrano arancioni o persino gialli. Magari non profondissimo all'assaggio, ma tutto su polpa, sale e essenze balsamiche.

Grafica in etichetta e nomi di altre epoche per il 🍷 Valtellina Superiore Sassella "Del Negus" 2011 di Bruno Leusciatti con un approccio di sali da bagno, confettura di albicocca, pasta lievitata, cacao e frutta candita. In bocca appena meno espressivo, lineare e quasi di puro succo, per un tannino ormai fuso nella struttura, ancora piacevole, ma non scalpitante.

Stessa estetica nella bottiglia di 🍷 Valtellina Superiore Valgella 2008 di Renato Motalli, che riporta direttamente al secolo scorso nel tratto, nel colore, ma anche nell'idea generale di cenere, malto e, ad essere onesti, quella che è apparsa come una leggera evoluzione. Portandolo alle labbra si avverte che ormai la sua luca è al crepuscolo, seppur con grande dignità, ecco allora una vena amaricante dai tratti affumicati, frutta in gelatina, infine chiusura sfumata in acqua di pomodoro.

Altri quattro vini chiamano una seconda pausa, le immagini delle Alpi Retiche che ormai si formano spontanee nell'immaginazione si amplificano sul secondo piatto di Mary, strettamente a tema, uno splendido 🍴 Brasato di Manzo con Polenta di Storo. Filigrana e cottura perfette, unite all'uso magistrale della speziatura per liberare tutto il sapore e la succosità della carne.

Ultima assaggio lo 🍷 Sforzato di Valtellina "Ronco del Picchio" 2010 di Sandro Fay che, ancora una volta, per quanto mi riguarda dimostra quanto questa tipologia allontani dalla reale espressività del territorio. Nel calore e noi profumi si avverte quel volume appositamente ricercato, pagando però in un ritorno alle sensazioni terrose di tartufo, sottobosco e china. In bocca aromi cioccolatoso e d'incenso, tannino di spessore e un getto irrisolto di freschezza.

Non ha nulla di sbagliato se preso a se stante, anzi, ma altrettanto manca di grazia, che è invece è tutta nella leggerezza del saluto finale di Mary, un 🍴 Dolce alla Nocciola Tonda Gentile del Piemonte con Zabaione al Moscato.

Qui si sono toccate davvero a quote altissime...





domenica 11 novembre 2018

La Cantina del Mese: Tasca d'Almerita (Il 25 - Carpi 06/11/2018)


Gli affetti rimangono, proprio perché sono affetti, puoi stare lontano per giorni, mesi, anni, poi quando li ritrovi, come se non fosse passato nemmeno un minuto, tutto ricomincia.


Il 🍷 Nozze d'Oro di Tasca d'Almerita è stato il primo “grande bianco” che abbia mai assaggiato, ancora sui banchi di scuola, presentato e descritto a lezione da Donato, un grande maestro di allora. Sono andato a recuperare i vecchi quaderni dei corsi, era la vendemmia 2004, lo ritrovo molto in quella degustazione, un 2016 anche più snello, con maggiore profondità.


Lo sono poi andato a cercare in enoteca, l'ho suggerito agli amici, anche l'anno scorso proprio ad Antonella per il suo viaggio in Sicilia, mi è rimasto nel cuore, complice la romantica storia che l'avvolge, cose che solo nell'atmosfera senza tempo di quella regione possono accadere.

Era il 1984 quando, per festeggiare i 50 anni di matrimonio, il Conte Giuseppe Tasca decise di dedicare alla ricorrenza una nuova bottiglia, unione fra la sua anima profondamente Siciliana alla visione concreta e internazionale della compagna di una vita, la baronessa donna Franca Cammarata. Caratteri diversi riflessi nella freschezza nervosa del Sauvignon varietà Tasca che trova complicità e chiusura del cerchio nella languida dolcezza dell'Inzolia.

Devo confessare che a questa serata dedicata alla Cantina del Mese al “25” di Carpi, ospite ancora una volta di Salvatore e Chef Pier, sono andato quasi solo per assaggiarlo ancora una volta, di fatto a mettere alla prova un amore passato.

Come una sfida all'evoluzione nel tempo e del gusto, indifferente a tutto ciò, il Nozze d'Oro era lì ad aspettarmi già bellissimo nell'aspetto, la luce del sole riflessa sull'orizzonte del mare al mattino, nobile e misurato nei profumi, dolci e bianchi di zagara, delicatamente aromatici, fruttati di mela Golden con delicate sfumature verdi di mandarino.

In bocca, al primo sorso, mi ha riportato indietro nel tempo rinnovando un feeling antico di anni, superando di un lampo un percorso costellato da migliaia di assaggi... semplicemente buonissimo, di una texture finemente ricamata su una freschezza serena e saporita di arancio, dalla progressione che asciuga delicatamente il palato. Equilibrio e fusione di anime opposte, un abbraccio dalla cordialità sincera ma ferma, il finale è tropicale, letteralmente uno sbocciare di fiori.


A raccontare l'azienda Corrado Maurigi, nel mondo Tasca da ormai 16 anni, prima come uomo di vigna, ora export manager per il Regno Unito, passando per la gestione in prima persona della proprietà a Salina, cuore verde delle isole Eolie.

Ha parlato del suo lavoro animato da una vera passione, ripercorrendo con sentimento e trasporto la storia di una famiglia a cui sente di appartenere, generoso in quella gestualità tipicamente Italiana, caldo nel racconto come la sua terra, sicuramente non indifferente all'atmosfera informale della Vineria, dove si può parlare di vino senza che nessuno salga in cattedra.


Con una punta di meritato orgoglio ha approfondito il suo contributo personale ai vini di Tasca d'Almerita durante l'assaggio della 🍷 Malvasia 2017 proprio di Tenuta Capofaro. Un esercizio di bilanciamento perfettamente riuscito, dove la dolcezza si pone di lato per lasciare spazio a un sorso dalla salinità di acqua di mare, guizzo di albicocca dai contorni fumé, snello e agile nella bagnare la bocca, capace di regalare un ultimo saluto dagli aromi di zenzero.

Eleganza ricercata in profumi per nulla ostentati, cui piuttosto è d'obbligo dedicare un attimo in più di attenzione perché sono in tutto e per tutto Sicilia, dai fiori d'arancio ai dolci di mandorla, nel sole e nel vento, insaporiti da anice e fieno appena tagliato. Un'anima da splendido aperitivo, che ha infatti avuto bisogno di qualche secondo prima di trovar sintonia con il goloso dessert preparato da Pier, ricco e barocco nella cremosità e nel frutto.


In apertura della serata qualche calice di 🍷 Almerita Brut 2015 dal colore intenso e sfumatamente dorato, profumi nocciolati e di nettarina, raggiunge comunque equilibrio e nel complesso persino una certa leggerezza. Ben a suo agio con il buffet di salumi, ragusano, caponata e panelle, ha placato la sete maturata in una lunga giornata.

Primo vino ad essere servito accomodati alla tavola il 🍷 Mozia Grillo 2017, dal vigneto della Fondazione Whitaker che l'azienda ha in custodia. Quasi esprime una vena aromatica, elegante di fiori e dalla dolcezza leggera di miele d'acacia. In bocca solo per un attimo freschezza e salinità, prima di sprigionare tutta la suadenza del vitigno e dell'estate Mediterranea, minerale e iodato il commiato finale.

Dalla Vigna San Francesco di Tenuta Regaleali due espressioni da vitigni internazionali, introdotti dal Conte Lucio quasi di nascosto nel mondo Tasca, fino alla penultima generazione della sua storia lunga quasi 200 anni dedicata per volontà patriarcale esclusivamente agli autoctoni.

Lo 🍷 Chardonnay Vigna San Francesco 2016 ne occupa una parte più bassa, sui 500m di altezza, è pieno nell'aspetto, con ricordi floreali e burrosi, senza che il legno che l'ha custodito ne sia il protagonista. Il sorso è rotondo, ampio senza essere eccessivo, tuttavia la salinità amaricante un po' lo trattiene, altro calice sicuramente rifinito che tuttavia cede nel confronto di personalità rispetto agli altri assaggi della serata.


La confortante 🍴 Guancia brasata con puré di patate è stata accompagnata “di giustezza” da un bel rosso, il 🍷 Cabernet Sauvignon Vigna San Francesco 2015. Pazzesco nel colore rubino acceso e profondo, vanigliato nella presenza ma con sotto un frutto che si anima alternandosi fra ciliegia e arancia rossa, senza neppure negarsi un soffio di menta.

In bocca ha un'impressione dolce, appena accalorata, con aromi di cioccolato e una rifinitura così levigata quasi a non avvertirne il tannino, non può certo nascondere la ricchezza materica mentre percorre il palato, tuttavia la sensazione tattile è indiscutibilmente bella, e allora anche all'austerità del cabernet spunta un sorriso.

Non è semplice mettere alla prova i passi che sono stati tappe importanti lungo un cammino di crescita, mi sono allora avvicinato a questa serata anche con un certo timore, mi sarebbe dispiaciuto trovare proprio il Nozze d'Oro lontano dai miei orizzonti.

Ancora una volta invece i calici dimostrano di poter stupire, restituendo ben più piacere di quello che ci si aspetterebbe da loro, non solo in questo vino ma anche negli altri assaggi, con sempre il distinguo di avere poi la volontà di accomodarli nella propria cantina, ma il dovuto rispetto se lo sono guadagnato.

La spontaneità di Corrado ha contributo a portare il calore e l'accoglienza della Sicilia nella sala degustazione del “25”, ne è uscita un'altra bellissima serata, piaciuta a me, ormai perso senza speranza nel mondo del vino, ma anche a tanti che erano lì principalmente per godersi una cena in compagnia. Crescita e convivialità, proprio per questo amo la serenità di questi impagabili incontri.